Il Gatto e la Luna

Mi basta una luna piena.

Visualizzo, immancabilmente, la stessa immagine. Un gatto con la coda che pende, adagiato su un tetto, su un ramo o forse appollaiato su un comignolo.

Il gatto fissa la luna e la luna fissa il gatto. Specchiando l’imperturbabilità dell’una nello stupore dell’altro. I gatti hanno occhi di fuoco. Occhi di rettile. Occhi infidi.

Calamitici, criptici, ti fissano senza guardarti davvero.

Io una volta degli occhi così li ho visti, ma non erano di un gatto.

Una fessura longitudinale li percorre: inghiotte la luce, fagocita fari, lampioni, catarifrangenti. E il gatto rimane così, stordito da quell’overdose luminosa.

Allora i gatti mi piacciono. Quando restano impietriti davanti all’automobile che avanza. Quando si artigliano al suolo e fissano i fari. Quando quella luce accecante gli entra dentro, come un lampo improvviso che squarcia la notte, e li costringe così, immobili, a racimolare briciole di sè sull’asfalto.

Io una volta l’ho visto uno ridotto così, ma non era un gatto.

La luna resta fissa, immobile, regale. E’ di un’opalescenza livida, malata (e mi vengono in mente certi versi di Shakespeare).

La fisso e non mi acceca.

Dal ramo pende la coda del gatto.

Vorrei accucciarmici e giocare all’altalena.

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