Noi come i grilli

Sono a casa, appena tornata da un aperitivo protratto. C’è voglia di raccontarsi, questo scorcio di Agosto mette voglia di parlare, di intrecciare le vite e di sfiorarsi.

Un prosecco, spiluccarere in qualche ciotola di noccioline, una sigaretta lenta, trattenuta tra le dita ad oltranza e in parte offerta al vento.

“E tu che fai? E con chi stai? E come mai è finita? E la sera, la sera con chi esci? E Roma, e Torino, e Padova? E gli esami? E le amiche? Ne hai di amiche belle? E le avventure? E Trastevere? E bevi sempre tanto? Però, come sei cambiata! Ma forse no… Dico, da quando eri piccola, come sei cambiata…”

Mi dite cose che non supponevo pensaste di me. Mi confidate qualche fantasia, qualche sogno da bambino, qualche antipatia malcelata, qualche infantile amore represso.

Ci raccontiamo. Forse abbiamo voglia di essere testimoni gli uni degli altri, forse ci serve un pubblico, forse in questa serata strana ci sentiamo tutti un po’ vicini.

No, non siamo tristi, sarebbe disonesto dire che lo siamo. Appena un po’ malinconici: Agosto sta finendo, le nostre strade separate ormai da anni e tornate ad intersecarsi appena in queste ultime settimane già divergono.

Siamo qui ma abbiamo gli occhi nel domani: chi nella sua casa, chi nella sua città d’adozione, chi nella sua caserma, chi ancora qui, ma non più con noi, non più come ora.

A tratti ci sfiora il pensiero della piccola morta carbonizzata a pochi passi dalle nostre case. E’ un peso che incombe, e quando il silenzio diventa cupo è anche per questo.

Poi ricomincia il nostro sommesso parlare di tutto e di niente: un altro prosecco, un’altra sigaretta al vento.

“Che a noi ci piace farci portare la bottiglia e i bicchieri, e poi ci pensiamo noi.”

Giochiamo col ghiaccio, intingiamo la mano nel cestello e poi ci schizziamo: vi riconosco bambini, ai miei compleanni, quando mi alzavate la gonna (o almeno ci provavate) e vi rincorrevate tra i tavoli, avete la barba e la voce grossa, lavorate, siete indipendenti, ma io vi riconosco lo stesso.

Ognuno propone il suo brindisi, lancio il mio, classico, immancabile:

“Un brindisi speciale a facc’ e’ chiavc’ e chi c’ vo’ mal’ “

Sorridete. Io negli anni ho imparato a fare gli occhi da gatta morta: è l’unico pegno che ho concesso alla mia “femminilità”. Lo notate, ne ridete. Mi fate domande inopportune, ma io vi rispondo, fingendo di imbarazzarmi. Mi porto i pugni sugli zigomi e vi fisso con gli occhi da cerbiatta smarrita, esplodete in una fragorosa risata.

Mi piace giocare sì, mi piace.

Mi piace viaggiare come una spoletta sul filo del mio imbarazzo.

Andare avanti e indietro tra messinscena e realtà. Gioco, mi piace.

Per un attimo mi rattristo, mi chiedo se, per caso, sia stato questo gioco a farmi perdere una partita. Ma non era gioco scorretto, affatto! Misuravo me stessa, adeguavo i movimenti, calibravo gli sguardi. Ero vera! Ma io ci metto un po’, anche quando sono me stessa. Ci metto un po’ ad interpretare me stessa.

Ora sono sola.

Oltre la finestra della mia stanza c’è un concerto di grilli. Mi piace pensare che anche loro si stiano raccontando reciprocamente.

“E com’è l’altro lato del giardino? L’erba è soffice come qui? E la rugiada? E’ dolce la rugiada? E c’è qualche lucciola per scambiare due chiacchiere? Salti ancora così in alto? Poi t’è guarita la zampa? E tuo figlio alla fine ha imparato a saltare?”

Resto in ascolto, non si può mai sapere.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...