Dita

Il respiro c’è. E la cosa mi consola.

Comincio dai piedi: risalgo, dito per dito, vena per vena, lembo di pelle per lembo di pelle, peletto sfuggito al silk epil per peletto sfuggito al silk epil. Inguine, pancia.

Circumnavigo l’ombelico.

Costole, un po’ sporgenti, seno insolitamente pieno, collo, collo, collo.

Millimentro per millimetro. Spalle tonde, braccia morbide.

Fin giù alle mani.

Eccole.

Sono tese, contratte. Dita febbrili.

Le immagino attraversate ad una ad una da un filo di rame.

Respiro, controllo il respiro. Lo ritmo, lo rallento. Cerco di imporgli il passo di danza della notte.

Ma loro sono lì: dita piccole, bambolesche. Ma affusolate. Contratte nel buio, allertate dai pensieri e dal sonno che non arriva, sensibili ad ogni fruscio sommesso della notte.

Le rilasso, ci provo: intono ninne nanne sussurrando.

L’inno alla gioia, Chiaro di luna, Canzone di notte di Guccini, Dormi dei Subsonica.

 

Ma voi rimanete tese. Trattenete un ricordo con le unghie.

Un pensiero, una possibilità, una parola, uno spiraglio.

Siete così: sapete solo stringere, costringere, intingere, respingere

E io di parole non ne ho più, non ne ho più di parole da prestarvi.

Convulsamente vi impongo la calma.

Vivo di ossimori, lo so.

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