Alex

Un breve racconto, scritto almeno un anno e mezzo fa per un laboratorio di scrittura. Ora non ricordo bene la consegna, ma penso che fosse qualcosa a proposito dell’elaborazione del sentimento. Mi buttai su un tema scontato: l’amore deluso, oggi probabilmente non lo rifarei.

Rileggendo noto quanto la mia scrittura sia maturata: meno macchinosa, meno barocca, con meno cambi di registro improvvisi e immotivati. Però tutti gli errorucci e gli erroroni che piagano questo testo mi fanno molto sorridere.

Avevo deciso di rivederlo, di farci un po’ di labor limae, poi però ho riflettuto che, se proprio voglio postarlo, è giusto postarlo così.

Gradirei che chi passa di qua e si ferma a leggerlo esprimesse le proprie opinioni, i propri pareri: tecnici e non. L’importante è che siano assolutamente sinceri.

Posterò anche altri lavori. C’ho voglia di condividere.

Alex

Alex l’ho rivisto, stamattina.

Appoggiato con la schiena al vecchio muro scrostato che precede il cancello scorrevole.

Teneva le braccia incrociate, una Chesterfield penzoloni all’angolo sinistro della bocca, e una curiosa espressione, triste e compiaciuta assieme, a tendergli i muscoli facciali.

Alex portava una di quelle camice a quadretti stamattina, con le maniche corte. Una di quelle da portare sblusate, fuori dai jeans.

Quanto c’ho riso su quella camicia rossa e bianca.

Deve essere successo almeno mille anni fa.

È stato un attimo. Cinebrivido: mi aspettavo partisse uno di quei rallenty pazzeschi. Ma stamattina dietro la macchina da presa l’operatore deve essersi distratto, o forse l’ha capito che ero un semplice personaggio di comparsa, un’intrusa sulla scena di altri protagonisti, e così l’attimo è durato esattamente quanto dovrebbe durare nella vita reale, un attimo

Barcellona la ricorderò per sempre livida di un cielo che promette pioggia che non darà.

Ricorderò le notti insonni e alcooliche. (Alcooliche con due o, chè mi piace l’attardarsi di quella vocale)

Le levatacce isteriche e i percorsi sonnacchiosi, in pullman.

Le opere incredibili di Dalì, farfalle svolazzanti e iridescenti posate, qua e là, agli angoli delle strade, nelle piazze, con il loro fascino surreale e travolgente.

Gli artisti di strada, muti e tristi: Sfingi sbiadite, Marilin cellulitiche, ed un meraviglioso Edward Mani di Forbici, somigliantissimo al buon Jonny Deep.

Una Barcellona di cerveze frie e sangria, di baristi ammiccanti con principali severi.

Tra i ricordi, qualche volta, verrai fuori anche tu.

Spero di riuscire a giudicarti nel migliore dei modi, quando avverà, ma già so che la nostalgia spegne il giudizio, come il tempo smorza la rabbia e il dispetto.

Tanto vale perdonarti subito.

La prima volta che ti ho visto, ho notato che avevi il viso da bambino.

Mi hai chiesto una sigaretta, quella volta, e già mi è sembrato strano, per contrasto.

Stavamo su una nave che ballava in mare aperto, in un silenzio surreale: nuvola ovattata dell’attesa e dell’apprensione, della speranze e del desiderio.

Ho preso il pacchetto dalla mia sacca stinta, ci ho messo un po’ a trovarlo, innervosita dal tuo tamburellare isterico con i polpastrelli sul parapetto.

Cazzo, fumi le Marlboro?” mi hai chiesto mentre ne sfilavi una, con una snervante smorfia di disgusto, poi mi hai dato un pizzicotto sulla guancia e sei filato via.

Quando qualcuno ti chiede una sigaretta non sai mai come andrà a finire, fatto sta che un filo è stato tessuto, un brandello di storia, un uovo nella pancia del destino.

Mi piacciono le navi, mi piace l’idea di qualcosa di così grosso che galleggia senza problemi, mi piacciono i posti sospesi, le zone grigie, i non – luoghi dell’esistenza.

Ma su quella zatterona di sughero c’ho lasciato l’anima.

Ho vomitato a più non posso per circa due ore, mentre quella sfottuta nave continuava a ballonzolare. Mi sono rivista in un eterno flash back, strisciante, raggiungere un water sconosciuto, dove ho dato via anche lo stomaco.

Sarà stato il ricordo scomodo, ma ho trovato la forza per ripulirmi il mento e fare quattro passi. Ti ho incontrato all’uscita del bagno, non avevi l’aria di stare lì per caso.

Le ho di là le sigarette.” ti ho detto, secca.

Chè, c’hai dato pesante con la sangria?!” mi hai chiesto, e mi hai passato la mano sulla guancia cinerea.

“Non toccarmi, ho vomitato”

Lo so, andiamo fuori? ”

Non si vedeva una stella, il cielo era di un buio intimo.

Sulla terrazza più isolata, silenziosa e battuta dal vento ho scoperto che avevi una moto neralucida e due gatti, una passione pericolosa per gli alcoolici forti e le droghe leggere, qualche spiegazzato mito musicale, qualche storia di donne ingigantita dall’ansia dei vent’anni e una prepotente voglia di scappare da tutto.

Poi mi hai chiesto di farti luce col cellulare: con gesti chirurgici e rapidissimi hai messo in scena una certa sequenza di azioni, non del tutto nuova per me.

“Si chiama conicità divina questa…” mi hai detto passandomi una canna niente male.

Ho sentito il fumo invadermi i polmoni, e poi salire dritto, fino al cervello.

Ti ho guardato aspirare con una devozione mistica.

Ho risposto a qualche tua domanda, senza particolare interesse, e sono tornata dentro, con le pupille della grandezza di una punta di spillo.

Non ti far venire in mente di collassate, sarebbe ridicolo…” mi hai urlato, da lontano. Mi sono sentita il tuo sorriso sul collo.

E’ stata una trama banale: di occhiate sfuggenti, di mani sfiorate, di impercettibili sospiri.

Mi seccava vederti mentre mi scrutavi, con quel tuo volto da bambino, dolce e strafottente assieme, timido e sfrontano, campo di barba incerta e radi segni di una trascorsa acne.

Mi inquietavi, anche, con quelle tue premure strane, quelle attenzioni talvolta viscide, quella galanteria macchiata di una rozzezza costituzionale e inestirpabile.

Sono timido” mi hai detto un giorno che le Ramblas erano battute da un vento polveroso e sibilante “non vorrei, ma lo sono. Ed è peggio quando cerco di nasconderlo. Ora me la dai una Marlboro schifosa?

 Certe volte basta una sigaretta smezzata a fecondare l’uovo del destino. (E l’immagine è ridicola, lo so)

È l’ultima” ti ho detto, e d’istinto te l’ho passata, sfilandomela dalla bocca.

L’abbiamo finita un tiro per uno, in un silenzio imponente che pareva smorzare i rumori della città, il traffico impazzito, e i gorgheggi dei pappagalli nelle loro gabbiette scomode. (Barcellona è piena di pappagalli e di gabiette scomode)

Mi hai detto un “Ti amo” affrettato e fuori luogo, ti ho risposto con una risata soffocata in gola.

Eri sincero.

L’amore è un attimo. E se è più di attimo, non è amore.

 …

È lunedì mattina.

Una Barcellona di carta, ordinata e decisa nel suo impianto ortogonale, mi scruta dalla parete di fronte. La mia stanza è di un’immobilità sconcertante, ma io mi sento ancora traballare.

E’ lei, la mia ragazza” mi hai detto, deciso e risoluto, indicando una mano svolazzante, lì, su quella terra ferma che, partendo, avevamo dimenticato.

Bene!” ti ho risposto con quella spavalderia che fino a qualche giorno prima mi sarebbe venuta naturale.

Mi hai stampato un bacio convenzionale sulla guancia e mi hai stretto la mano, come si fa con un vecchio socio d’affari.

Per un attimo ho temuto che mi avresti infilato un biglietto da 100 euro in tasca, con fare furtivo. Ma ti sei astenuto.

 

Ti amo ogni volta che ti guardo negli occhi. In ognuno di quegli attimi ti amo” mi dicevi, neanche 24 ore prima. Avevo soffocato il solito risolino ironico.

Ora ti credo. L’amore è una questione d’attimi, non d’abitudine.

Non ce la si può prendere con i sincronismi mancati.

Se mi fermo ad ascoltarlo, scopro che il cuore fa fatica. Scopro che ce l’ho, un cuore. E non mi consola l’essere stata tua carnefice per una settimana.

Una carnefice col cuore a pezzi.

E una vittima baldanzosa.

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