Non chiedermi se sono felice

Eccolo.

Immancabile.

Facciamo che il 1000esimo vince un premio. Che ne so: un prosciutto disossato, una magnum di Falanghina, un weekend ad Ascea. Da ritirare alla cassa, dopo aver pagato il conto. In fondo a destra.

E’ una domanda che mi viene posta spesso, nelle situazioni più disparate, dalle persone più improbabili:

Ma tu, sei felice?

Tombola!

Che poi te lo chiedono sempre con quel cipiglio saccente da paolocrepè che, su di me, ha l’effetto di accelerare a 1000 la rotazione delle cosiddette.

Punto primo: ma quante telenovelas tardoadolescenziali stile dosoncric hai ingurgitato per fare, con naturalezza, una domanda del genere?

Punto secondo: ti sembra sia il caso, ora? Cosa ti ha lasciato supporre che io volessi condividere con te, in questo momento, l’ammissione della mia felicità o della mia infelicità?

Punto terzo: non era meglio quando si parlava del tempo?

E invece eccoti! Puntuale! Al varco! Con la tua domanda da marzullo dei poveri!

Ale, ma tu, sei felice?

Ti guardo stanca. Hai una camicia che non mi piace, la tua auto sa di arbrmagic e io non faccio altro che accostarmi alla mia portiera.

SO che è stupido, ma non posso farne a meno.

Cito qualcosa: canzoni/classici/aforismi. Non importa. Quando mi sento in difficoltà cito sempre qualcosa.

Mi sorridi col sorriso di chi già si è arreso a non capirmi. Col sorriso di chi, però, ha deciso, benevolmente, di lasciarmi i miei momenti divagatòri.

Inizio a contare: i lampioni, i segnali di pericolo, le ragazze con le scarpe rosa. Mi attacco ai numeri. Lo faccio spesso, mi distrae dai pensieri.

Ma tu vuoi proprio fare il filosofo stasera, eh?

A tratti

Ti rispondo, senza guardarti. Fisso qualcosa che tu sicuramente non puoi vedere, davanti a me. Sorridi.

Non a me.

Sorridi, ti compiaci per aver avuto una risposta alla tua domanda geniale. Manco l’hai ascoltata, e forse è meglio.

Recitare. L’unico modo per finirla è recitare.

Scelgo un personaggio consono.

Sono una bambolina di porcellana, ho gli occhi grandi e le ciglia lunghissime. Quando mi distendi abbasso le palpebre senza fare storie. Ho un sorriso lievemente corrucciato e le guanciotte tonde spolverate di lentiggini. Un vestinino di taffettà, una paglietta con un papavero appuntato sù e una pochette di pizzo rosa, così piccola da contenere solo un fazzolettino ricamato con le mie iniziali e un paio di guanti sottili. So dire poche parole: mamma, papà, ti voglio bene, sono una brava ragazza, vado a messa ogni domenica, per favore, prego, figurati, grazie, non c’è di chè, eccetera eccetera eccetera.

Poi mi viene voglia di ridere. Voglia di una ristata folle, assurda, grottesca, oscena. Mi trattengo.

Allora ci sentiamo domani?

Sorridi ancora. E io vorrei metterti le mani in faccia. Coprirti gli occhi e la bocca.

Ti sorrido sussiegosa. Fingo una di quelle espressioni alla chissà, si vedrà, forse che sì forse che no, devo chiederlo prima al mio consulente spirituale.

Faccio un paio di propositi, appunto un paio di imperativi categorici nel taccuino della memoria.

Mi guardi allontanarmi. Mi addolcisco: in fondo mi hai sopportata, so che non deve essere facile, e ti sono grata, comunque. Ti regalo l’ondeggiare dei miei capelli raccolti a coda sulle spalle.

Mi perdo nella notte, e i pensieri di sempre tornano a farmi compagnia.

La pelle non si può fregare.

E questo un po’ mi dispiace, un po’ mi fa piacere.

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4 pensieri su “Non chiedermi se sono felice

  1. se si vince una vacanza ad ascea, luogo a cui sono legato dai ricordi di innumerevoli estati vacanziere, io te lo kiedo, poi puoi fanculizzarmi, ma il gioco vale la candela… eheheh
    ma poi ke sarà sta felicità? quella frazione di attimo in cui t senti in pace ed estraneo al mondo? boh…

  2. @DaSkore Meglio, i rapper da battaglia mi sono un po’ ostili, per mie faccende passate. 🙂 Ecco, la felicità è indefinibile ed inafferrabile, è un attimo, e spesso non la si sa riconoscere. Quindi una domanda del genere risulta assolutamente insensata.
    Sai, facendomi focalizzare l’attenzione su “weekend ad Ascea” mi hai aiutato in una di quei processi da Freud in erba che mi sono spesso familiari. E dato che ora ho capito perchè ho scritto proprio ad Ascea, e non a Gaeta o a Roccapipirozza, devo assolutamente cambiare il luogo.

    Errata Corrige: Weekend a Bagolino (sperduto paesino del bresciano)
    I’m soooo sorry! 😛

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