Sconfinamenti

Ho dormito tantissimo oggi. Uno di quei sonni sciatti, profondi, senza sogni.

Uno di quei sonni che non vale la pena di dormire, insomma.

3 ora filate, 3 ore d’oblio. Dalle 17 alle 20.

La colonnina di mercurio non transige: fa la spola tra il 37.5 e il 38, e io mi sento uno straccio.

Poi le avvisaglie del dormiveglia: il pensiero che si mette in proprio a tessere trame spettacolari, le sensazioni e i ricordi che si confondono, si amalgamano brutalmente nel mix della semi-incoscienza, addensandosi in un pastone indistinto e nauseabondo.

Il cuore, quello non smette di battere a rag time. Uno stato di tachicardia preoccupante: non mi meraviglierei affatto se cominciassi a vedere le mani gonfiarmisi e sgonfiarmisi ritmicamente, l’addome pulsare, le orecchie rattrappirsi per poi distendersi.

Misuro il letto millimetro per millimetro, alla ricera di zone di frescura. Impregno, sistematicamente, ogni lembo di lenzuola del mio caldo alterato.

Ad un tratto, nel groviglio di pizzi e lembi, inzio a scavare vie di fuga: una gamba impaziente chiede aria, si fà un varco tra le coltri e si mette, lì, a cercare aliti di vento.

Ho fatto un sogno.

Ho sognato un amico dell’infanzia, compilice, tra i 12 e i 13 anni, dei miei primi esperimenti di baci. Capita d’incontrarsi qualche volta, d’estate, soprattutto. Ognuno serba nei confronti dell’altro un affetto esclusivo. Come se quell’unico piccolo segretuccio (che, a ben pensarci, non è ne’ segreto, ne’ unico) del quale ci sentiamo reciproci testimoni, avesse stabilito tra noi un contatto, un punto paradossalmente convergente nelle parallele delle nostre vite.

E’ davanti al locale nel quale capita, talvolta, d’incontrarsi. Mi viene incontro sorridendo, e io già mi slancio in un abbraccio fraterno.

– Ma non hai gli slip?

Mi chiede, come se fosse la domanda più naturale del mondo

– Ma certo!

Ribatto, e lo stringo tra le braccia.

Il corpo mi manda messaggi strani: sento di avere alcuni muscoli in tensione e altri totalmente abbandonati alla nullafacenza di questo pomeriggio febbricitante. Il pensiero diverge: si sposta da punto a punto, da zona a zona. Lo vedo collegare i puntini numerati di uno di quei giochi di enigmistica, al termine del quale sul foglio bianco si staglierà il contorno di una figura sensata.

Ma il mio di disegno non si rivela ne’ si compone: prima sembra una farfalla, poi una zattera strapazzata dal vento, un volto, un mostro, una spirale ipnotizzante che mi si impone allo sguardo. Cerco di fissarne il centro, sgrano gli occhi nel buio della mia stanza, cerco il led verde della torre del Pc.

Mi canto una canzone, una nenia, più che altro. Articolo suoni in successione: lamenti, vocali, nomi storpiati. Mi invento parole, giustappongo le sillabe, parto alla ricerca degli etimi.

So che è la febbre, so che sto vaneggiando, lievemente, ma vaneggio. E questo sconfinamento nel mondo d’ovatta della follia quasi mi riempe di gioia: indirizzo i miei occhi non convenzionali sulle cose, vedo riti di sciamani nelle ombre oltre la finestra, il latrare dei cani si rivela un canto orfico, e la luce incerta di un lampione che filtra, attraverso la serranda abbassata, da fuori, è nient’altro che la polvere della fatina Trilly, la polvere magica per volare.

Mucca è scivolata per terra, la recupero allungando un braccio. La stringo forte, incastrando il suo musone di pelouche nell’incavo tra il collo e la spalla.

Gli occhi aperti nella notte ti lasciano vedere, suppore, inventare, tratteggiare cose che il giorno ti nega.

Ripenso a Occhi di cane azzurro.

Io sono colei che arriva ogni notte nei tuoi sogni e ti dice: occhi di cane azzurro”.

Non mi viene da ricordare la fine: sono riusciti ad incontrarsi nella vita reale? Oppure hanno continuato a vivere la loro storia nella nebbia del sogno?

– Anche tu, una volta, ti sei innamorta in un sogno!

– Che dici, stai zitta! Vaneggi!

– Sì, ma è così…

– Hai la febbre, dici cose senza senso!

– Sei tu che non vuoi ammetterlo!

– Sei pazza…

Battibeccano, come al solito, le mie 1000 me.

Sorrido. Stendo una mano sullo sterno: lo sento fare su e giù. Ho il mio attimo di dispersione musicale: Su e giù, Rino Gaetano.

Sorrido ad una frase, sempre la stessa. 

“…che lei mi amava si vedeva dagli occhiali fumè”

La trovo così poetica, così divagante e vera.

Perchè la vita divaga, diverge, la vita è negli angoli, nelle crepe dei muri, negli occhi dei passeggeri della metro il lunedì mattina 

– Sei pazza…

– Lo so.

…e mi godo la mia follia.

Buonanotte alle mie occhiaie e alle venuzze sugli zigomi, buonatotte alle mie scapole sporgenti, buonanotte alle mie unghie sbreccate.

Buonanotte.

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3 pensieri su “Sconfinamenti

  1. beh io dopo una bella dormita notturno-mattutina in cui sono riuscito a fare i sogni che volevo man mano fare… sono sceso dal letto e mi sono fracassato il piede sinistro sui pesi posizionati affianco al letto, che volevo spostare ieri notte e che non ho spostato… mah… che pure tu ti innamori nei sogni? eheheh
    oramai le mie pennichelle sono interrotte sistematicamente nel momento CalaLaPalpebra e poi il cuore in gola per un po’….
    mi spiace per la febbre, meno per i vaneggiamenti che sono OTTIMI per spunti creativi in chi ti legge…
    guarisci presto
    kisu
    DSKR

  2. @Vibes Grazie mille! Sia per le citazione (che mi inorgogliesce) sia per le tre L! 🙂

    @DaSkore Spero tu non ti sia fatto male! Essì, io mi innamoro quando il contatto con la realtà è sufficientemente sfumato da far apparire tutto perfetto 🙂
    Spero di stare meglio, grazie!

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