Del perchè urge che io torni a Roma

– Dovrei fare una fotocopia…

Tìtuba mio padre, curando saggiamente di non aprire la porta.

Sì, entra. Bofonchio distratta, con un occhio sul libro di Economia Politica, un altro sul pc e il terzo oltre la finestra.

– Ehm…dovrei fare una fotocopia…

Ripete, sempre più perplesso. Non mi ha sentita, evidentemente.

E prima di aprire la porta vuole essere assolutamente sicuro che può farlo. E lo capisco, eh! In passato ha assistito a scene che magari per un padre, inquanto TUO padre, non sono proprio piacevolissime.

Sì, entra!  Scandisco nettamente.

Ecco.

No, non lo comprare un altro pc, gli dicevo, appena qualche mese fa. Io non ci sono mai, poi uso il portatile, ti lascio il mio fisso, dai, che è ancora in buono stato.

E invece eccomi. Capricciosa e discontinua come non mai. Eccomi qui, da oltre un mese ritorno all’ovile, e la torre monumentale e ingombrante mi affascina, il 19 pollici mi fa l’occhiolino, la stampante-fotocopiatrice-scanner mi sussurra usami!, in stile Partenope, la sirena che tentò Ulisse.

E quel poverino è costretto ad elemosinarmi una fotocopia. Con tanto di posso, grazie, scusa.

Uffa.

Per non parlare di ieri, poi.

Attendo che i miei escano. No, non che non li sopporti! E’ che, beh, come tutte le cose, vanno assunti a piccole dosi. E un mese e passa di gomito a gomito nella stessa casa è molto più di una piccola dose.

Ad ogni modo, dicevo, attendo che escano. Sono stremata da 3 giorni di febbre alta e dolori misti e vari, previsti e non previsti, ammessi e non concessi.

Ho bisogno di un bagno, di un’ora di assoluto relax nell’idromassaggio. Faccio andare l’acqua, raccatto un accappatoio pulito, getto una manciata di cristalli di qualcosa nella vasca, come se stessi salando l’acqua per la pasta.

Ahhh.

Somma goduria. Mi godo il gorgoglio sommesso dei getti, il brulicare sommerso dell’acqua. Allungo una mano in automatico. In alto a destra. C’è il mio set di incensi lì, c’è sempre stato.

Esitazione.

Tasto meglio. Percorro il perimetro del ripiano. Ripasso. Indugio negli angoli.

Nulla.

Mi sento costretta ad aprire gli occhi e ad emergere con la testa dall’acqua così deliziosamente tiepida. Sento un plof  nelle orecchie.

Nulla. Il mio set d’incensi non c’è. Peccato, penso. L’avrò spostato. suppongo.

Immersione, di nuovo. L’acqua mi tappa le orecchie. Il mondo diventa di un muto ovattato.

Ci vorrebbe il sapone ai Taurati, rifletto, saggiando con l’indice la cartavetro del naso. La febbre spriggiona tossine. Le tossine si liberano come possono. Dai pori, per esempio.

L’altro braccio si allunga. Punta con precisione millimetrica ad una mensola alla mia sinistra.

Manco a dirlo.

La mia mano si imbatte nella sagoma troppo imponente e cilindrica di una confezione di alghe del Mar Morto. Bleah.

Ok.

L’aura zen è svanita.

Dileguata, fugata, scomparsa, liquefatta.

Dissolta.

Tanto vale andare alla ricerca delle mie cose.

Sgocciolo acqua e bolle su mezzo mondo. Lascio bellissime impronte numero 36 lungo tutto il mio percorso: non risparmio nulla, scale di marmo, pavimento in cotto, maioliche. Rischio anche un paio di scivoloni, che contrasto con un sapiente gioco di ginocchia.

Eccole!

Le mie cose!

Ammonticchiate su una mensoletta scordata e polverosa della toilette n° 2. Quella senza la vasca. Piccola. Con la lampadina della specchiera fulminata.

Tempo 3 mesi e sarò retrocessa alla toilette n°3, quella di servizio in fondo alle scale. Lucida asettica essenziale. Mezzo bagno e mezzo ripostiglio.

Amen.

Immergo i futili propositi di vendetta nell’acqua ormai fredda.

Bolle smorte, sali evaporati.

Uffa.

Mi avvolgo nell’accappatoio a nido d’ape. Tiro su il cappuccio e mi prendo una pausa sul letto. Ho il collo dolorante, ancora.

Pregusto, sorridendo tra me e me, la rilettura di qualche verso di Salinas

E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t’invaghisti di un’ombra
– l’unica che ti è piaciuta -.
Un’ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.

Non senza quelche sciocco gorgoglio emozionale mi faccio strada con la mano tra il materasso e l’armadio, a ripescare la mia copia de La voce a te dovuta (un regalo di qualche anno fà, con tanto di dolcissima dedica).

Non c’è.

Panico.

Poi un’occhiata rapida alla scaffalatura. Di fronte a me.

I libri urlano di un ordine innaturale.

Si contorcono, lo vedo!

Perchè non mi puoi mettere Erik Orsenna vicino a V for Vendetta, nè puoi separare Il resto di niente dal Gattopardo, che, nella loro dolce mollezza retrò, si tengono compagnia. Che li ho letti insieme, diamine!

Lei è stata qui.

Mia madre è stata qui.

Se fiuto l’aria, percepisco ancora quella nota di Elisir di Clinique che riposa su tutti i suoi foulard.

Devo tornare a Roma.

Oggi, ora, subito.

Al massimo domani.

Al massimo tra tre giorni.

DEVO tornare a Roma. 

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3 pensieri su “Del perchè urge che io torni a Roma

  1. qui, secondo me, c’è sotto una gatta che CI cova…
    nel senso che, come dire… è Roma che ti chiama. i fatti che ti spingono verso la capitale, è la città eterna che li crea. a Roma non si comanda.

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