Sgrammaticature

Non lo so, non lo so… continuo a ripetermi scrollando furiosamente la testa.

Indago le sillabe: nonloso. Tre monosillabi. Tre accenni di parole. Tre guizzi lessicali.

Che da soli faticano a stare in piedi.

Con l’amore che covo per la trasposizione grafica delle attitudini del parlato, io questa frasetta la comprimerei in una parola sola.

Cucirei consonanti, stenderei ponti di doppie.

Nollosò

Ecco come la scriverei se fosse per me. Con tanto di accento finale, a ricalcare la prosodia frettolosa del concetto: Nollosò, e devo dirtelo d’un fiato! Perchè fa paura ammettere di non sapere, perchè indugiare nell’incertezza è doloroso, perchè se ora  tu sapessi che nollosò, saremmo in due a non sapere, e io mi sentirei meno sola.

Ammemmi piacciono i treni, le stazioni, i ciaociao bianchicandidi dai finestrini. Mi piace il senso di sospensione che solo la rotaia è capace di darmi (no, l’aereo no). Il cuore a lutto e in festa, il sussulto ad ogni stazione, l’ansia dell’arrivo e l’amore per l’indugio, lì, proprio a quattro passi dalla meta.

Perchè, per quanto irrealmente cinematografiaca questa scena possa essere, evvèra! L’ultimo sguardo perplesso allo specchio prima di un appuntamento, il pit stop fremente prima dell’apertura della busta di una comunicazione importante, la serrata ottusa degli occhi davanti al comparire di forme geometriche che attestano o non attestano la tua maternità.

Ed in questi casi io, davvero, mi chiedo se sia il cinema ad imitare la vita, o la vita ad imitare il cinema.

C’hoppaura, indugio in questo timore irrazionale e inspiegabile.

Paura di andare, paura di tornare, paura di perdere, paura di realizzare, compiutamente, di aver già perso.

Voglia di andare, voglia di tornare, voglia di perdersi, voglia di realizzare, finalmente, di essersi già persi.

Di esserci già persi.

Tentenno negli avvallamenti della vita: vengo da una discesa vorticosa, colle mani mobili accanto ai fianchi, a darsi la spinta. Ora guardo la salita e esito, appena. Mi concedo il piacere straziante di un’incertezza. Di un saluto. Di un ciaociao biancocandido a quella che sono tornata ad essere, per un mese o poco più.

Si esita sempre sugli usci.

Il tempo di un ma, di un se, di un proposito improbabile, di un bacio sulla fronte.

Dispenso qualche fattisentì e qualche fattivedè.

E vado via.

Che forseforse mi scappa da piangere.

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