Un caffè. Antiteticamente.

Odio i vecchietti che mi sbirciano il decoltè, però solo se sono lucidi e arzilli. Con quelli male in arnese prevale la compassione. Che quasi mi avvicinerei per farli sbirciare meglio (bambini miei).

Amo il 22 Settembre perchè ognuno si veste un po’ come cazzo gli pare: indistintamente si inforcano infradito sabbiose o stivaletti di pelliccia di foca. E non è il clima a disciplinare la passerella, ma il tempo umorale, quello che ti senti dentro, che sul limitare delle stagioni si amplifica incedibilmente.

Odio essere fissata, mi imbarazza, la trovo una cosa estremamente intima. Una violazione bella e buona dell’anima.

Amo inchiodare con gli occhi, arpionare pupille a pupille, imporre il mio ritmo di respiro e la contrazione dei miei muscoli. Così, guardando. Ma solo quando voglio io.

Odio il portiere che mi saluta viscidamente, che si attarda a fissarmi quando ormai gli dò le spalle.

Amo scendere a prendere il caffè, fare lunghi giri contorti e solitari per arrivare sempre negli stessi posti.

Odio il traffico congestionato e gli autisti scazzati che non rispettano i passaggi pedonali.

Amo fare un cenno di ringaziamento agli automobilisti che rallentano per lasciarmi passare, anche se non sono sulle strisce. A quelli potrei dedicare una sculettata, se proprio fossi particolarmente ispirata.

Odio i lampadati, i pompati, gli anabolizzati, i tirati, i lucidati, gli impomatati.

Amo qualcosa di tutti gli altri, più o meno.

Odio i sorrisi di circostanza.

Amo sorridere ai bambini, per strada.

Odio il caffe bruciato.

Amo i baristi simpatici che mi augurano buona giornata sorridendo. Se calvi con grazia poi, è il top.

Odio il riporto e trovo estremamente patetici gli uomini col riporto.

Amo il mio amore per le imperfezioni: rughe, asimmetrie, cicatrici, calvizie drasticamente corrette da rasature radicali, nei.

Odio i cambi di rotta improvvisi e senza ragione apparente.

Amo i cambiamenti, li ricerco dal piccolo al grande. Sorrido per un’alba come per una tempesta marina. Per un giro in centro come per un anno a Bogotà.

Odio essere ignorata, essere messa da parte, essere mortificata con frasi che mi relegano ad una categoria: le mie ex, le mie amiche, le mie allieve, le mie donne, le mie confidenti, i miei flirt. Io sono io: se dovete marchiarmi, abbiate la compiacenza di farlo a bassa voce.

Amo suscitare ricordi specifici e coltivare ricordi specifici. Stupire con la mia portentosa quanto inutile memoria fotografica. Lasciare tracce di me.

Odio i clichè. Inoltrasi per percorsi già battuti. Attardarsi in conversazioni sterili. Recitare sempre sullo stesso canovaccio.

Amo i riti. Quello dell’attesa e quello dell’addio. La ciclicità dei giorni e delle stagioni. Il riproporsi di certe voglie e di certi sentimenti.

Odio chi recita nella vita vera.

Amo accentuare la realtà, renderla caricaturale, grottesca, cinematografica.

Odio chi non sa andare oltre lo sguardo globale.

Amo chi ama i dettagli. Amo i dettagli. Io sono un dettaglio. Un imprescindibile dettaglio.

Odio la mollezza, l’inconcludenza.

Amo la casualità e il prestigiare del destino.

Odio i risvegli convulsi, col solletico alla bocca dello stomaco.

Amo le attese ansiose, col solletico alla bocca dello stomaco.

Odio quando mi dici forse oggi, preferisco un sì, tra un anno!

Amo quando quel forse oggi diventa inaspettatamente realtà.

Odio chi ha mille certezze, chi sa di essere dalla parte della ragione, chi non si chiede mai perchè, chi non è disposto al cambio di opinione. Parimenti odio le bandiere al vento, i senza-ideali, gli opportunisti e quelli che ballano disinvolti sulla scacchiera degli eventi.

Amo chi ascolta, chi non chiude l’audio, chi non ripete convulsamente lo so, chi riduce i punti esclamativi, chi presta attenzione agli incisi e alle parentesi.

Odio chi mi odia.

Amo chi mi ama.

Odio chi mi ama.

Amo chi mi odia.

Perchè questo non puoi pianificarlo. Non puoi stabilirlo prima.

Ma una certa dose di tatto, ecco, quella è sempre apprezzata.

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