J898 (1864)

How happy I was if I could forget
To remember how sad I am
Would be an easy adversity
But the recollecting of Bloom

Keeps making November difficult
Till I who was almost bold
Lose my way like a little Child
And perish of the cold.

E. Dickinson

Capisco di non essere poi questo granchè quando scopro che quello che voglio dire l’ha già detto qualcun altro. Molto meglio di quanto avrei fatto io.

Capisco di non essere poi questo granchè quando passo senza lasciare traccia.

Quando mi domando dove ho sbagliato.

Quando mi impecolo in notti stupide.

Come questa.

Col PC sulle ginocchia e nessuna voglia di affrontare il mondo.

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2 pensieri su “J898 (1864)

  1. secondo il mio umile parere, dimenticare non è giusto. la parola più corretta è “perdonare”. il perdono è figlio dell’egoism, al contrario di quanto si possa pensare. solo chi non perdona si rode il fegato…

    eppoi, il sentirisi “piccoli, stupidi e ignoranti” è il primo segno della necessità del sé. che non é roba da poco, eh. di stupidi che si interrogano sulla propria stupidità, ne ho visti mai.

  2. Un post al sole?! o.O 🙂
    Mah, il dimenticare “quanto fui felice” può essere utile quando è ormai cessata la causa della felicità, aiuta a stemperare il rammarico. Almeno è l’ottica nella quale ho sempre letto questa poesia.

    Sul perdono sono d’accordo: è figlio dell’egoismo e dell’indifferenza. Siamo disposti a concede condoni emotivi solo quando di qualcuno, in fondo, non ci importa più.

    Grazie 🙂

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