Riquadro 119, galleria V

Odio i funerali.

Le morti, i cimiteri.

Il dolore che si fa lacrima, tangibile.

E’ uno di quei sentimenti con i quali non so misurarmi.

Non che con gli altri vada, poi, particolarmente meglio: c’è qualcosa che mi arena ad uno strato superficiale di me, un’incrostazione di timore e circospezione. Lo faccio con l’amore, lo faccio con l’odio, con la rabbia e col dolore. Mi tengo in superficie, chè ad abbandonarsi al vortice c’è da non uscirne più.

Non è un bene, ma quando non è stato così, non è andata, poi, meglio, quindi…

Ecco, uno sproposito di parole inutili, come al solito.

Uno sproposito di parole inutili per dire che oggi, complici le mollezze dell’ultimo sabato di libertà, il grigio diffuso e morbido del cielo di fine settembre e la disponibilità (momentanea) di un’automobile qui a Roma, sono andata al Verano.

L’idea principale era quella di fare un saluto a Rino Gaetano, un pensiero che mi coglie spesso.

No, non sono una fanatica dell’esserci, del farlo perchè lo fanno tutti, del crearmi una passione o dello sposare una causa. Semplicemente mi andava.

Stare lì, concedersi il piacere amarognolo di una lacrima, lasciare il pensiero libero di divergere, di chiedersi, di cantare, di sussurrare, di andare in dissolvenza.

Così è stato.

Il Verano ti accoglie nel suo ventre di ricordo, celebrazione, passato. Nomi e date ti si impongono alla vista, ma anche architetture, geometrie, materiali, gatti sinuosi e cornacchie gracchianti. Ti racconta di chi c’è stato prima, di chi è passato giusto per un giro, di chi ha lasciato un segno, di chi, dimenticato, non s’è visto concesso neppure il privilegio di una manciata di sillabe stanche.

Il Verano sa di cipresso e di tristezza buona. Di quella che ti si attacca alla pelle creando una patina vischiosa, che ingentilisce il mondo, gli umori e le stagioni, col suo costante persistere.

Rino è lì, un nome tra i nomi, un parallelepipedo incastrato in un’ossatura di cemento armato, una foto, qualche sillaba dorata, due date.

Abbondano le frasi, i fiori, le sigarette offerte da chi è passato di lì. Destinate a non essere fumate. Il marmo è zebrato da tratti di uniposca: ci tengono, tutti, a far sapere che sono passati. Raccontano brandelli di storie, le loro, quelle del mondo, le voci della strada. Lasciano segni su un segno che, momentaneamente, sta allenando la clemenza del tempo.

La capisco questa infantile e qualunquista smania di esserci. E non la condanno.

Scrivo due righe, anch’io, su un quaderno lasciato lì apposta.

Tra le tante cose che avrei potuto dire, in quel momento butto giù la più banale, inutile, sciocca, impulsiva.

Lascio una Vogue alla menta, faccio qualche foto, consento di scendere ad una lacrima, sì, sfioro con l’indice le lettere dorate.

Non sono venuta qui ad adorare nessuno. Caso mai a respirare la magia, quella che si desidera aleggi su certi luoghi, su certe cose che diventano simboli.

Dedico un pensiero a questo culto privato del dolore che diventa culto generale, mito, quasi. Mi chiedo se la spettacolarizzazione accentui o smorzi il dispiacere, quello vero.

La verità è che siamo smaniosi di eroi: non ci bastano i Che Guevara, i Ghandi e i Gesù Cristo. C’abbiamo bisogno di gente vera, non spettacolare, non eccelsa, non sublime.

Abbiamo bisogno di crederci, crearci il nostro feticcio emozionale.

E oggi io sono qui per questo. T’ho messo tra i miei dei di oggi. Dopo quello dello zucchero filato e delle caramelle gommose, appena prima di quello del caffè, accanto al dio misericordioso dei lunedì di febbre di quando ero al Liceo.

L’ennesimo dio delle piccole cose, Rino. Nè di meno, nè di più. Il dio di qualche canzone che ti senti dentro, della sequela dei ricordi.

Un dio dalla voce aspra e il sorriso pulito.

Nulla di trascendente, nulla di spettacolare.

Il mio quotidiano attimo di laica spiritualità.

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Un pensiero su “Riquadro 119, galleria V

  1. che non ci sia nulla di trascendentale, in tutto questo, non ci giurerei. cheppoi, già a saperlo, cosa sia “trascendentale” e cosa smetta di esserlo, serve esser bravi.

    a volte sono i luoghi a suggerirci cosa pensare. e sono quei luoghi a cui pensiamo senza un vero perché. e, anche qui, qualcosa di “trascendentale”, ce lo trovo.

    buona domenica

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