Ischemia

La domenica è come una zingara che fruga nella spazzatura della settimana trascorsa. Si impiglia le dita di ricordi, di cose, di fatti, di sensazioni.

Una, prepotente. Qui al centro della mente. Tanto grossa e corposa da non poter essere evitata, messa da parte, ignorata.

Amara.

Sa di dolore, senso di colpa, vergogna, sdegno amaro, pianto, tristezza.

E’ un sensazione che ha un nome, un cognome, un paio d’occhi, un tono di voce e un modo di sorridere.

Uno snodo di ricordi: dell’infanzia, dell’adolescenza, un catalizzatore di immagini familiari, di feste comandate e di té della domenica.

E ora sta male. Ha qualcosa che non va. Attende una chiamata da Milano. Un filo di speranza che passa per i cavi del telefono, per la lama del bisturi, per il callo della cicatrice che resterà sul capo.

Io il dolore non so viverlo: lo rifuggo.

Ancora una volta concorro per il premio di cinica dell’anno. Sono qui, imperterrita, a Roma.

E tu stai male.

Brucia dentro. Brucia il mattino appena sveglia, e la sera, nei pensieri confusi e inconcludenti del dormiveglia. Brucia dirlo, brucia pensarci organicamente, brucia ammettere di essere spaventata e meschina e pavida e troppo spasmodicamente impegnata a prendere la vita per le corna e stusciarsi su ogni istante, su ogni emozione, ad assorbire ogni fremito, ogni brivido, a respirare ogni alito sommesso di vita, per poter soffrire.

O di essere così spaventata di soffrire da preferire di stordirsi di quotidianità, di fatti, di cose.

Qui, solo qui riesco a tirar fuori un po’ di minestrone indistinto di sensazioni.

Qui, perchè lo spazio non esiste e il tempo si deforma, qui, perchè potreste essere mille o zero, ma in ogni caso sufficientemente distanti, qui perchè è come confidarsi allo specchio, evitando però la destabilizzante sensazione di parlare da soli, di navigare nel mare fluido della follia e dell’incoerenza.

Scusatemi, ma io non ce la faccio.

A dire mi dispiare, a chiedermi perchè, perchè a te, perchè ora, perchè così.

Rinuncio, mi tiro indietro, ho un grande problema con le emozioni.

Mi si bloccano, tutte, in gola.

E annaspo, soffoco, affogo, perdo i sensi.

Non ce la faccio.

Respiro, deglutisco.

Mi dedico la più sentita delle smorfie di disgusto.

Sei una codarda, un’egoista, una che non sa vivere.

Mi attacco al mio feticcio di vita: che sia di pelle, di carta, di fumo, di stoffa: non importa.

Tu stai male, e l’unico modo che conosco per sopportarlo, è fottutamente vivere.

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