Lessico democratico

Nel weekend mi capita spesso questo: la tensione di una settimana a livelli d’attenzione costanti e altissimi cala di botto, lasciandomi un po’ perplessa, un po’ intontita. In questo stato di inebetimento latente da crollo adrenalinico, non è raro che io fatichi a trovare le parole per esprimere i concetti. In alcuni casi si tratta di puri e semplici vuoti di memoria, brevi black out lessicali. In altri, più complessi, succede invece che il termine non mi sovviene alla memoria poichè non reputo (più o meno consciamente) quello o quelli comunemente usati, perfettamente adatti all’utilizzo che intendo farne, alla sfumatura che vorrei raccontare, alla traduzione sillabica che mi piacerebbe ricercare per le più minute, e spesso contrastanti, sensazioni che mi trovo ad esperire. Ecco, allora, che il grande mixer alfabetico che c’è nel mio cervello, si mette a rimescolare, tritare, omogeneizzare furiosamente, restituendo alla bocca il composto, spesso buffo, del neologismo istantaneo.

Tempo fa mi capitò di definire un cielo, particolarmete sporco di nuvolacce e umidità calda e stagnate, come “cofferato”, un’altra volta, invece, osservando il lembo sfrangiato e senza finitura di un quadrato di stoffa, dissi che si stava “sfabrocilando”.

Ecco, il mio pensiero è più o meno questo: affidare l’ampliamento del lessico ai soli redattori di dizionari (i quali pure subiscono, senza dubbio, l’influenza del mondo che li circonda: basti pensare alle “migliorie” dello Zingarelli 2009) equivale concettualmente alla pratica dell’endogamia nelle classi nobiliari: per preservare una presunta purezza genetica s’interviene negativamente sulla salute e la vitalità della specie.

Ovviamente questo non si traduce nell’auspicio a che ogni quotidiana primizia lessicale confluisca nel vocabolario (neppure in un eventuale vocabolario parallelo degli strafalcioni), ma semplicemente nella proposta che ognuno possa sentirsi più libero di giocare con le sillabe, di accordare il lessico all’emozionalità, al momento, all’istantaneità e all’irripetibilità della situazione che ispira il concetto, poi codificato in parola.

Una sorta di democraticizzazione del lessico.

Sono, penso, quindi dico come mi sento di dire.

La necessità di un codice assolutamente condiviso, ovviamente, permane, sia per nitide ragioni funzionali sia, anche, per rendere condivisibile e sociale questo eventuale lessico parallelo.

Permane, parimenti, la necessità di grammatiche e sintassi inappuntabili e inflessibili.

Ma, insomma, nel paradigma rigido della lingua di Dante, io un po’ di iridate farfalle sillabiche ce le lascerei a svolazzare.

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