Bramando tramonti

Te lo ricordi?

T’avevo chiesto di vivere un tramonto, di sentire il sapore del cielo, l’urlo muto delle nuvole che spruzzano scarlatto.

Coprimi gli occhi – t’avevo detto – e stringimi per quanto può far male l’ultimo raggio nitido di luce!

Graffiami per ogni screzio dorato, toglimi il respiro, quando il sole scompare del tutto, quando di lui resta solo un’aura soffusa all’orizzonte.

Sii viscido come le ombre, coprimi di buio.

Raccontami con le mani il brivido degli occhi che non vedono più, del velluto nero che fodera le pupille.

Sussurrami la paura di essere nulla nel nulla, e poi avvolgimi, piano, nella seta scivolosa della notte: che si adagia, cauta, sul mondo.

E blandisce e eccita, urla e tace, freme e sorride.

Sono sole morente, io.

Macchio di rosso il tuo cielo.

Sono il confine labile tra il giorno e la notte, sono il passaggio, sono l’oltre.

E a te non resta che vivermi.

Più in fretta che puoi.

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