Folle – mente

distratta

Momentaneamente devota al rito di una vecchia abitudine: ripetere una parola all’infinito sulla superficie piana dello spazio bianco. Innescare il pensiero per mezzo della parola.

distratta

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Le immagini dissolvono: sprazzi di colore. Ogni paio d’occhi racconta una storia, ogni storia ne intreccia altre mille, e io mi perdo tra le trame, vittima del demone immaginificio della caffeina, o di chissà cosa. Pensieri rapidi come scosse, elettrici come brividi.

Sono troppo poco consequenziale per essere vera.

Mi attacco alle imperfezioni: venero le macchie sul soffitto e le rughe attorno agli occhi. I pallini dei pullover di cachemire e le stempiature sulle fronti attente.

Le rughe, le pieghe, le rientranze, le deviazioni.

Scivolo sul piano impervio delle giornate, assecondando l’incedere delle imperfezioni.

C’era un gioco: una scatolina di plastica, cubica o giù di lì, con una delle superfici interne segnata da scanalature e gradini a disegnare percorsi possibili, e poi una piccola sfera metallica. Perfetta, tonda, riflettente, minuscola. L’obiettivo era farla scivolare nelle scanalature, inventando percorsi, disegnando traiettorie tra i gradini e le rientranze.

Ecco. Io sono quella sferetta. Mi faccio guidare dal tracciato delle imperfezioni. Seguo la traccia folle del nonsenso e ti capisco se mi dici che sono pazza.

Ma oggi divergo e continuo a divergere, fondo pezzi di dialoghi e gesti e comportamenti. Stringo la pelpebre fino a sentire gli occhi che bruciano e poi mi godo il frattale luccicante che si espande a partire da uno sciocco punto di luce.

La serranda abbassata destruttura il cielo pallido di novembre in pixel asciutti. Li collego come nel gioco dei puntini numerati: una stella iscritta in un pentagono iscritto in una stella iscritta in un pentagono.

Mi eclisso nel vortice geometrico della follia: una pausa ad ogni angolo, lo spazio minimo di un perchè, per un’incertezza, per l’ipotesi timida di un’impossibile deviazione.

Ho bisogno di immagini, di linfa grafica per i miei occhi assetati.

Se tutto questo avesse un audio, un sonoro, sarebbe il ticchettio metallico incessante del metronomo; al massimo il rincorrersi ossessivo di due note consecutive. Tutto questo divagare necessita della scansione senza appello della più spietata regolarità.

E’ dalla regolarità che scaturisce la follia, dall’identicità che si solleva il dubbio della divergenza, dal grigio inespressivo del cielo esanime di oggi che le nuvole prendono forma.

Vomito la mia incertezza e mi adagio nella cupa normalità.

Per ora.

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