Secondapersona

Scopri che certe cose ti fanno piangere. Non lo sapevi, eppure ora sei qui, col mascara colato in arabeschi irregolari sulle gote.

Cos’è? La sensazione di sentirti meno di niente o quella di aver conservato intatta tutta la fragilità dei tuoi 13 anni, ancora?

Tra il pensarci e il non pensarci passa il varco infinitesimale di un pensiero.

Tra l’usare e l’essere usati, tra l’essere oggetti o soggetti.

Ti vedi sul limitare, con la paura ansiosa di chi sta per saltare il parapetto e la prudenza codarda di chi si tiene bene alla ringhiera.

Pensi a tutte le volte che non ti si ascolta davvero. A quelle che pensavi di dominare e ti sei ritrovata miseramente dominata. A quelle che volevi smettere di giocare, scendere dalla giostra. Ma hai proseguito per inerzia.

Perchè ti scappa troppo da vivere.

Ma vivere dovrebbe significare lanciarsi a rotta di collo verso la novità, chè non sempre c’è bisogno di saltare il parapetto, di misurare a passi compassati il limite.

Qualche volta si deve cambiare strada, di netto.

Ma tu resti aggrappata a quella parvenza di certezza sbiadita, ancora. Eccoti, hai 6 anni, i codini arruffati e piangi pechè il tuo orsacchiotto è finito in lavatrice. Lo vedi centrifugare, aderire scompostamente all’oblò.

E parli di te in seconda persona. Perchè a star da sola proprio non riesci, anche se immergerti nel balsamo denso della solitudine è l’unica cosa capace di darti ristoro. Frapponi tra te e il resto del mondo lo schermo sonoro dei Pink Floyd in cuffia o quello visivo dello sguardo perso sempre oltre.

Quando hai provato a spiegare t’hanno detto che non ti capivamo. Che eri strana.

Quelche volta hai abbozzatto e cambiato maschere a profusione, che quasi non sapevi più neppure tu cosa ci fosse sotto tutto quel trucco.

E ora?

Un nuovo Natale con annesso Capodanno, un altro giro di boa.

Hai quest’immagine strana: quella di un quercia che allo scoccare della fatidica mezzanotte mette su un altro giro di corteccia, come se l’accrescersi concentrico del suo tronco si verificasse come un altro giro di pellicola attorno ad un pollo arrosto da conservare.

E accrescerti non è più evolverti, ma mummificarti.

Nel tuo sciocco infantilismo.

Nel tuo rifiuto delle strategie.

Nella confusione che hai dentro.

Nel bisogno, disarmante quanto sistematicamente disatteso, di crederci.

Ancora.

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