Ormai

Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.

Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.

E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.

Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…”

C’è che questa famiglia è triste. Non me la sento di dire la mia famiglia. Ho bisogno di prenderne le distanze, di salvarmi, se possibile.

C’è che quando ero piccola ho memoria di viaggi in tutt’Italia, di passeggiate natalizie a San Gregorio Armeno tra i pastori, di ricerche accurate tra le bancarelle di libri di Port’Alba.

 Li ho visti ingrigirsi nel tempo. Mia madre, eternamente prigioniera del suo ruolo di martire immolata sull’altare della famiglia (la famiglia d’origine, quella composta dai suoi anziani genitori), incapace di dare il giusto peso agli eventi, irrigidita in schemi emozionali che non fanno che inaridirla e inacidirla. Dice che sa di sbagliare, che è più forte di lei. Ma io lo conosco l’orgoglio infido con quale indossa la sua maschera e si asserve al suo ruolo. Lo conosco il cipiglio di donnainfelice col quale giudica gli altri. Quelli che hanno scelto di vivere, magari fottendosene un po’, dei parenti.

Impettita nel suo ruolo, non si avvede che i suoi comportamenti non sono poi tanto salvifici, e il malumore col quale accompagna ogni suo gesto, non fa altro che riverberarsi in una spirale cupa e sconfortante.

Mio padre, preso totalmente dall’amore per questa donna, (amore che mi chiedo se esista ancora, perchè io, per esempio, non riuscirei ad amare qualcuno che genera essenzialmente malumore attorno a me) la asseconda in ogni cosa: dal sempiterno rito domenicale a casa dei suoi genitori, alle litanie quatidiane da martire incompresa, passando per il freno posto ad ogni entusiasmo: da quello per una cena fuori a quello per l’acquisto di una nuova macchina fotografica. 

Mi fanno tristezza e paura, perchè, nonostante la mia volontà di distacco e di alterità, li vedo capaci di condizionarmi.

Riconosco, nei miei comportamenti quotidiani, mille dettagli riconducibili alla loro influenza: la voglia spasmodica di vivere (generata per reazione), la diffidenza o, di contro, l’incoscienza con la quale sono pronta a buttarmi tra le braccia di chiunque mi ventili la possibilità d’essere felice.

La brama folle che ho di fare cose, accumulare esperienze, sturusciarmi sul mondo.

Quel menefreghismo (latente e sempre colpevole) che talvolta vena le mie azioni.

La voglia di condividere, di dire, di abbattere i silenzi e, parimenti, la paura di aprirmi, di mostrarmi per davvero, di rimettermi nelle mani altrui.

La sostanza è che sarei voluta tornare a casa e trovare un albero nausenatemente ricoperto di luci. Avrei preferito il fasto pacchiano di questa festa luccicante al vuoto che c’è.

Agli sguardi arcigni, all’impossibilità del dialogo.

All’infelicità.

Io andrò via, e non tornerò per mesi, perchè la distanza è l’unica arma che ho. Ci penserò qualche volta. Mi dispiacerà, forse.

Ma sarà per me stessa che vivrò il terrore.

Il terrore di essere così, come loro.

Infelice.

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4 pensieri su “Ormai

  1. Seppur per età ed epoche diverse e per motivazioni differenti posso permettermi di dirti ..: ti capisco.
    no all’impulsività, sii serena, ragiona e prendi quello che ti serve davvero o che vuoi.
    🙂
    Buon Natale, Ale.

    (fa anche rima? Ma che figata!)

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