Pezzi d’estati

– E tu? Già laureato?

– Eh, da un bel pezzo…

– Io sono appena al secondo anno.

– Beh, certo! Eri una bambina mentre io già mi diplomavo! Hai più o meno l’età di mia sorella, no?

– Essì… (un anno in più, ad esser precisi)

Essì

– Il sabato stavi sempre alla panchina, sotto casa mia, con le amichette. Certe volte vi sentivo ridere da su. Ti ricordi?

– Beh, sì. Capitava di darsi appuntamento là… (i sabati di due anni c’ho passato su quella panchina, a schiamazzarti sotto le finestre, pezzo d’un coglione!)

– Eravate delle bambine… Quanto avevi? 12, 13 anni?

– Sì, più o meno… (12 e 13. Anche buona parte dei 14, se ci tieni a saperlo)

– Mi capitava di scendere, qualche volta, mentre eravate lì. Le tue amichette scappavano sempre. Mettevo paura?!

  Tu no, tu rimanevi.

– Essì… (o avevano paura di te, o delle gomitate che assestavo per far capire che era ora di cambiare aria. Una delle due, a scelta)

– Non ti giravi mai a guardarmi. Aspettavi sempre che ti arrivassi vicino, per salutarmi. Sorridevi. Avevi un bel sorriso!

– Grazie… (paresi. Era una paresi, più che un sorriso)

– E quell’estate… ti ricordi?

  D’estate succedeva tutti i pomeriggi. Arrivavi verso le sei, massimo sei e mezza. Ero in veranda a suonare, a quell’ora. Ti sentivo arrivare. Se si faceva più tardi, qualche volta m’affacciavo. Era bello vederti arrivare, camminavi come la Principessa del Mondo! Sempre con le spalle ben dritte e lo sguardo dieci centimetri più su. O oltre.

– Eheh… M’ha fruttato il soprannome di “cap’ allert’ “, quello! (era l’estate del 2001, ero cresciuta. Stavo crescendo)

– Aspettavo sempre una decina di minuti, prima di scendere.

(e io che credevo, ogni volta, che non saresti sceso)

  Ti coprivo gli occhi con le mani. Una volta t’ho dato un bacino dietro l’orecchio. Tu trasalivi sempre. Facevi finta?!

– No! (cioè, non propriamente. Avevo visto la luce nella tua stanza spegersi, avevo sentito i passi sulle scale e l’inequivocabile scatto del portoncino. Che si apriva e poi si chiudeva. Sapevo che stavi per arrivare, ma ogni volta, se vogliamo, era una sorpresa che tu arrivassi davvero)

– Mi portavo la chitarra. In quel periodo lì ti suonavo sempre qualcosa. Ligabue, ci piaceva tanto.

  Ti piace ancora Ligabue?

– Mmm… Non so, no, non propriamente. Non come allora.

  Ora mi piace il fatto che mi piacesse. E mi piace che tu lo suonassi per farmi piacere.

  E io, ti piacevo?

– Da morire…

(son soddisfazioni. Anche se sei meno affascinante, se hai meno capelli e sei meno atletico di quanto ricordassi)

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