Notturno telefonico

Ho chiamato io, lo so. Ma ora non voglio che ascoltare. Mi chiedi se ho tempo da perdere – – ti rispondo, sperando di farti arrabbiare. – Bene – ribatti. Sento quel sorriso morbido che hai insinuarsi tra le pieghe della voce. Svuotare le sillabe, farsi spazio e dilatare i silenzi. Non so neppure se stai parlando davvero o solo emettendo suoni contorti. Io, di certo, non sto più ascoltando. Chiudo gli occhi. Era estate, ci conoscevamo appena. Eravamo in silenzio, in auto, ci arrampicavamo su di una collina incendiata di sole. Ti avevo raccontato, in una delle puntate della nostra sit com telefonica, che mi piaceva vagabondare. Mi stavi allungando una mano sul ginocchio, con quella tua (non lo capirò mai) timidezza simulata o sicurezza dissimulata, fai tu.  – Hai paura? – mi chiedevi in un sospiro – Vuoi che ne abbia? – rispondevo sorridendo.Con te non c’era bisogno di far finta. Mai. Ce ne stavamo ore a stringerci e a strusciarci o a guardare il giorno che finiva, sempre con la stessa urgenza tragica e rassegnata: io, nel mio ostinato silenzio e tu, nei tuoi ostinati sorrisi. Non mi sono mai posta il problema di annoiarti col mio essere me. Eri sempre tu a chiedere e a decidere, come a voler riempire i vuoti lasciati dalla mia volontà latitante. E io ci stavo bene. Presto cominciammo a stabilire, tacitamente, una ritualità: passavi a prendermi sempre alla solita ora e nei soliti posti. Mettersi d’accordo era superfluo. L’itinerario lo stendevano il caso e la voglia che avevamo di noi. Eravamo anarchici, a nostro modo, eppure estremamente sistematici. Anche i lunghi periodi d’assenza facevano parte di quel brandello di storia. Ecco, questo era strano. Eravamo così presi da noi, che non ci saremmo mai sognati di chiederci cosa faceva l’altro, quando non era con noi. Iniziavamo e finivamo con noi, noi. – A che pensi? – mi chiedi alzando appena la voce, quanto basta per sottrarmi ai ricordi. – A te – rispondo. – Non potresti, per un momento, vivermi, anzicchè pensarmi? – dici, scoppiando a ridere. Rido anch’io. E’ una frase mia, quella che hai appena usato. Una delle mie tipiche frasi del cazzo. Non le hai mai capite. Non che fosse un limite, a ben pensarci. Sono le 4 passate. Respiro appena un po’ più forte nella cornetta, per farti sentire che ci sono. Ne viene fuori un gemito. Ti sento sorridere. Ti sento pensare, quasi. Il bello di noi sta chiuso tra le lamiere della tua auto. E’ comico, questo. Quello che mi riguarda di te, sta chiuso in una grossa scatola di latta, su un sedile reclinabile, nella pellicola di vapore che ricopre i vetri. Sorrido e tu mi senti sorridere. – Voglio delle prove – ti faccio, convinta. – Prove di cosa? – chiedi – Prove che siamo esistiti. Mi racconti quello che sai di me, con un filo di voce e senza esitazioni. Mi restituisci il riflesso. Passi, asistematicamente, dalla curva della mia schiena alle parole che amo, dal modo che ho di sgranare gli occhi quando sono imbarazzata alle canzoni che mi fanno ridere. E’ tutto un rivedersi in te. Mi vedo, ti vedo. E allora chiudo gli occhi, di nuovo, e smorzo la tua voce fino a farla diventare un brusio, una nenia leggera. Nelle mani ho impresso il ricordo delle tue spalle, le sento ancora, se sfioro nel buio, e il muoversi ritmico del tuo corpo e la barba pungente sul collo. Attacco, di colpo, animata dall’impellenza di cancellarti eppure di sentirti ancora. Mi accuccio tra le coperte e il ricordo di te. – Non siamo poi tanto diversi… – dicevi, sfogliando i nostri reciproci egoismi. No. Affatto.

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