Giorni di me

fatti di cose accartocciate e di batuffoli di nulla consistente che ingorgano gli accessi alla tristezza. Fatti di risate, di sole sulla pelle, di pensieri di seconda fila e di voci ai margini. Di cappuccini schiumosi, di risvegli luminosi, di percorsi in autobus con l’audio smorzato e la potenza sommessa dei Pink Floyd in cuffia. Fatti di nuvole di zucchero filato e di pozze riflettenti nell’asfalto. Di fiato corto e di scale. Di rabbia energica e sferzante.

Questi giorni senza il pungolo angosciante di una Prospettiva, questi giorni di Roma lucente, che ritorna bambina, che vede riassorbirsi gli scuri ematomi dell’inverno dal suo corpo fascinoso anche se leggermente sfatto. Roma, la vecchia signora, un po’ troia un po’ mamma.

Giorni di leggerezza, giorni di poche domande, di poche risposte, giorni in cui le nostre reciproche incongruenze paiono trovare un incastro perfetto.

Giorni di me, e poco altro.

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