Pranzo della Domenica

C’è un tempo approssimativo. Approssimativo come solo la Domenica sa essere. La Domenica è una zingara che rovista tra gli scarti della settimana: non ha la potenza espressiva di un the end col botto, né l’entusiasmo sottile per proiettarsi in un inizio, il ciclico inizio del lunedì.

La Domenica resta sospesa, limbo settimanale, ignavia temporale.

Dalla stanza a fianco mi arrivano i rumori convulsi di un pranzo in potenza: posate, stoviglie, cigolii di sportelli e incastri di sedie.

Non ho un buon rapporto con la convivialità, trovo imbarazzante lo stare seduti attorno ad un tavolo, a mangiare. I miei pasti sono sempre transitori: sbocconcello davanti alla TV, sorseggio mentre controllo la posta, addento conversando al telefono. L’idea di dare un luogo ed un tempo al cibo mi mette ansia. La sacra immanenza del convivio non l’ho mai sopportata.

Forse è per questo che amo gli aperitivi, quello spizzicare distratto facendo due chiacchiere, quel prescindere dalla tavola imbandita e dalla lancetta che si impunta ostinatamente sul mezzogiorno.

Di là fervono i preparativi. Genitori accorti di coinquilini vari ed eventuali si inventano il rito della domenica, in una casa che, di riti convenzionali, cerca di non averne. O, semplicemente, non sa averne.

I miei pranzi della domenica li ricordo nebbiosi. Da bambina si traducevano nell’eterno litigio per chi avesse diritto a tenere i gomiti sul tavolo, tra noi tre cugini, stretti sul lato breve di un rettangolo. Col passare del tempo è arrivato il galateo: i gomiti andavano tenuti giù e quella correttezza vomitevole di grazie e prego e porgimi il sale, già ci snaturava, togliendoci l’entusiasmo rabbioso dei litigi. Altri cugini si sono aggiunti, negli anni, mentre le domande di una nonna brillante-ma-invecchiata divenivano ossessive, cicliche, estenuanti, dimentiche di se stesse appena proferite e rimpinzavano i silenzi perplessi di chi non ha poi molto da dirsi. Poesiole in piedi sulle sedie di paglia, gnocchi fatti in casa, assenze sempre meno ingombranti, la guerra e i suoi racconti, e i tedeschi, e gli americani, e. Nella prima adolescenza intervenivo con decisione nei dibattiti della domenica, sbandieravo i miei eccentrici punti di vista, giocavo a scagliare sassi nello stagno dell’indolenza bigotta dei convitati. Poi il gioco, come ogni gioco, ha iniziato a stancarmi e allora la tavola della domenica è diventata una pozza piatta e vischiosa, ho imparato il silenzio autistico di chi sente il mondo come un rumore di fondo, un brusio leggero destinato ad estinguersi.

Non ci sto ad affidare al cibo il ricordo stinto dei nostri reciproci sentimenti, non ci sto a confondere il silenzio con lo sferragliare delle mandibole. Il sangue è bugiardo, l’amore si costruisce e noi già da un pezzo lo abbiamo sostituito col suo surrogato polposo: il sugo.

Mi capita sempre meno spesso di essere lì con loro, a fingere di volersi bene. Il cibo della Domenica non mi dà tepore, lo ingoio a cucchiaiate svogliate, concentrandomi sui sapori che fanno a pugni tra di loro e sulla natura esanime del polpettone: queste Domeniche  senza amore guastano il cibo.

E non chiedetemi di fare il caffè. Il caffè, come i sentimenti, è un rito. E’ l’amore che spinge l’acqua su per il filtro, impregnandola di nero e d’aroma, è il volersi bene che spinge a stare insieme e a raccontarsi. Non il contrario. Noi siamo passati dal rito all’abitudine senza accorgercene. Tentiamo di usucapire l’amore per vicinanza geografica, per numero di contatti.

E questo sterile rapportarsi, al massimo, merita il gusto slavato di un caffè solubile.

Annunci

4 pensieri su “Pranzo della Domenica

  1. L’unico caffè vero è quello che si beve a casa propria, personalmente riempio di caffé il filtro fino all’inverosimile, tutti gli altri caffé li trovo insipidi e asapori.

    Quando ai pranzi con i parenti, vorrei fare come si fa su Second Life: lasci là il tuo avatar, lui mangia, sorride, risponde “sì, certo” e tu intanto vai a farti le tue cose; poi dopo un’ora torni, saluti, ancora qualche banalità, e poi via.

  2. Pingback: Capitano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...