Ti voglio facile

Ho sempre pensato che lui sentisse i miei vuoti, che cogliesse da lontano quei momenti di interregno emozionale che, così spesso, ghiacciavano le mie relazioni. E che colasse, piano, per riempirli.

Lui non chiedeva, non faceva promesse nè voleva pegni, in cambio. La sua era una proposta spicciola e silenziosa, quella di carezzarsi per un po’, magari, di fingeresi ubriachi per poi reclinare i sedili. Mi sarebbe apparso squallido, se non fosse stato per questa faccenda della tempestività. E, non che passasse la sua vita ad osservare le mie mosse! Attratto, com’era, dal pacchiano, credo che mi abbia sempre considerata esteticamente insulsa. Le ho viste le sue donne, tutte di bellezze grossolane e appariscenti, come le femmine polpose dei video delle canzoni reggaeton. Non so cosa cercasse in me: tolti i sentimenti, ai quali rinunciavamo senza rimpianti, e una fisicità prorompete, che di certo non mi apparteneva, non so cosa potesse interessargli di me.

I nostri dialoghi erano motteggi fitti di ghigni e frecciatine: ironizzavamo l’uno sulle abitudini dell’altro, ci insultavamo e ci scaldavamo. Le nostre serate le trascorrevamo in auto, lui alla guida e io accanto. Non ricordo di aver mai passaggiato con lui, o di averci visto un film. Ci fermavamo per fumare e per bere, ma erano pause brevi, di necessità, come se quest’andare senza meta ci incalzasse irrimediabilmente.

L’auto era il perimetro delle nostre faccende. Fuori, probabilmente, saremmo stati dei perfetti sconosciuti. La nostra ritualità era metodica: ogni volta sembrava la prima volta, con le sue strategie di avvicinameti e le sue mani incerte. Eravamo noi, gli stessi, imprigionati in un clichè adolescenziale. Dopo c’erano sempre le coccole, anche quando, spesso, non le avrei volute. Era il suo modo di fare le cose per bene, evidentemente.

I –ci sentiamo- di commiato erano una promessa mai disattesa: potevano covare attese lunghe mesi, ma alla fine venivano esauditi. Non ho mai capito come facesse a indovinare i momenti in cui avevo il cuore sgombro. Io, d’altronde, non lo avrei mai cercato di mia iniziativa. Eppure, col suo discreto e insinuante manifestarsi, mi si configurava come necessità. Una di quelle necessità banali e essenziali, come il bere e il respirare.

Non mi soddisfacevano quegli incontri, non erano la botta di vita che si cerca per ripartire, per rimettersi in sesto. Li accoglievo con stanca rassegnazione, come un temporale un lunedì di Marzo. Non c’erano palpitazioni, non c’erano preoccupazioni, non c’era quell’effervescente condizione di stato nascente. Ma neppure c’erano la noia e il fastidio della routine, la gabbia opprimente del clichè, l’assillo categorico della progettualità.

Ci volevamo e ci prendevamo, così. Mi voleva e mi lasciavo prendere. Lo volevo e lui veniva a prendermi.

Non ci volevamo, magari.

 Ma era così dannatamente facile aversi…

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