Quasi Picasso

Di lui collezionavo dettagli. Ricordavo tutto, incasellavo, meticolosa, ogni sillaba, ogni stralcio di mondo, di racconto, di vissuto.

Stavo lì, in silenzio, e ascoltavo il flusso discontinuo delle parole. Parole forzate, talvolta, dette nella debolezza transitoria di un sospiro, di un ricordo un po’ più ingombrante. Parole approssimate non fatte per esser conservate, piuttosto per sfuggire, per riempire lo spazio breve di un silenzio e fluire via.

Le sue parole erano farfalle che andavano ad incastrarsi nel retino della mia memoria. Le guardavo dibattersi con le alucce delicate, stancarsi poco a poco fino a rimanere immobili, con le ali giunte, perfettamente combacianti. Non mi piaceva appuntarle con grossi spilloni: preferivo lasciarle così, sospese e quiescenti, pronte a risvegliarsi al primo alito di vento. Sentirle mouoversi, vorticose e scomposte, mi spezzava il respiro ogni volta, ad ogni giro di ricordi.

Non collezionavo solo le parole, di lui. Dalla mia ottusa postazione di silenzio (non domandavo, non mi informavo, preferivo scoprire da sola, con cautela e circospezione) ero bramosa di dettagli, di schegge: la lunghezza delle dita, il sapore della pelle, certe strane e fugaci espressioni del volto. Il puzzle lo completavo io, a forza di supposizioni.

E così venivi fuori, emergevi dalle mie farneticazioni e dalle mie istantanee: zombie emozionale, riflesso distorto, folle picasso sconclusionato. Accozzaglia di dettagli e colori, orecchi, nasi, brandelli di pelle e sensazioni.

Mai avrei osato chiedere: mi accontentavo di quello che lasciavi capire. Forma estrema di rispetto e di paura, la mia. Quando restavo sopraffatta dalla brama e dall’insoddisfazione, rimanevo zitta, immobile, a confortare quel dolore solo e soltanto mio, che nemmeno ti chiedevo di sentire.

Talvolta sospettavo che soffrissi della mia stessa malattia: la smania di restare in superficie di chi troppe volte ha sbattuto contro il fondo, perso nel suo slancio sincero e senza protezioni. D’altronde non potevo saperlo, i tuoi silenzi rozzi erano come fondi di caffè: si coloravano di problematicità e di strafottenza, di sensibilità e di disinteresse a seconda dei giorni, del mio umore e della mia voglia di leggerci dentro.

Non accettavo, supina, tutte le tue decisioni. Ma  non sapevo oppormi alle indecisioni.  Non ho mai saputo recitarle quelle frasi da film: –Questa sono io e quella è la porta!-. Io mettevo in conto sempre la terza ipotesi: quella della finestra aperta sul retro, anche durante la notte.

Il mio punto di vista, una volta solido e incorruttibile, ora si faceva di creta fresca da modellare sul tuo.

Eppure non ero schiava di quello che, ora, non chiamerei neppure sentimento. Sceglievo, io.

Sceglievo ogni volta. Sceglievo dolorosamente. Affrontavo il travaglio interminabile dell’incertezza e il parto della decisione.

Sceglievo con convinzione.

Sceglievo con motivazione.

E, oltre ogni determinismo, 

sceglievo sempre te.

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