E’ sempre notte sotto ai lampioni

I lampioni compaiono di notte.
E’ la notte che disegna i lampioni.
E’ sempre notte sotto ai lampioni, e i lampioni fanno una luce bassa, discreta, un vedo non vedo da sexy-varietà di quart’ordine. E le cose sotto ai lampioni sono verdastre e hanno le ombre lunghe.
La notte disegna i lampioni e i lampioni disegnano le ombre.
Ma, essendo la notte fatta di ombre, non sbaglierei poi di tanto nel sostenere che i lampioni disegnano la notte.
C’è un mondo sotto al lampione.
Lo sa anche il cane che ci piscia contro. Al lampione.
La strada è stretta, curva, acciottolata. Immaginatene una qualunque dietro Santa Maria in Trastevere: centralissima ma intima. Irreparabilmente deserta, dopo una certa ora.
La strada è stretta, curva e acciottolata e l’ora è tarda, molto tarda, saranno un quarto alle tre o le tre e un quarto, non saprei.
Il lampione è un riflettore, un occhio di bue stanco e approssimativo diritto su quel buco di mondo che è una strada qualsiasi, curva, stretta e acciottolata dietro Santa Maria in Trastevere.
Ci vorrebbe un Bogart, sotto ad un lampione. Un uomo con l’impermeabile, il Borsalino e una sigaretta spenta, da un lato, leggermente molle sul labbro. Cappello e sigaretta avrebbero la stessa precisa inclinazione, osservando attentamente.
Un uomo con l’eternità negli occhi e la calma nelle mani.
Il nostro, invece, no.
Ha trent’anni portati malissimo. E’ vestito male e ha un brutto taglio di capelli. La sua bocca sa di un brutto whisky tracannato in un brutto bar a un centinaio di metri da qui.
Lo so io. Lo so per certo, l’ho appena baciato.
Sapeva d’alcol e di foglie secche.
Si tiene una mano sul fianco, come a placare uno dei suoi mille dolori. E sta zitto di uno dei suoi silenzi sacrali che sono, invece, talmente aridi da non rimandare neppure l’eco.
Ah, certo, ora vorrai sapere di me.
Presto fatto, mi sposto sotto al lampione.
Sono più giovane di lui. Di cinque, forse sei anni. Ho le guance paffute, un neo sulla spalla destra e le scapole sporgenti. Credo mi troveresti bella, se solo non fossi così grigia, stasera. Grigia della lana grigia del cardigan grigio lungo fino ai piedi e dei sampietrini grigi di questa Roma così grigia a Novembre, mese grigio per contratto.
In bocca ho il sapore grigio del mio uomo, quello straccio d’uomo che ora s’è appoggiato al lampione, pronto a snocciolare i suoi perchè senza domande.
-Io credo che abbiamo il dovere di tentare…-
dovere, tentare… Sotto al lampione le parole grigie diventano verdastre, marce, nauseabonde. Hanno il suono metallico degli altoparlanti nel ’68: una collezione intera di bellissime e non richieste opinioni prêt-à-porter.
Lo bacio di nuovo, perchè non ho voglia di ascoltarlo. Gli frugo svogliatamente sotto la camicia. Sono pronta a mettere mano ai pantaloni, pur di farlo stare zitto.
-Smettila, su…- mi dice, mentre la luce ci fa verdi tutti e due.
Osservo le chiazze sciatte lasciate da una rasatura mal fatta, sento la mia lingua che lappa di whisky cattivo e cattive sigarette. Lascio che le sue mani facciano finta di allontanarmi, ristabilendo la distanza del dialogo.
-Noi dobbiamo parlare…- fa, girandosi appena da un lato.
La strada è deserta, ma il silenzio è vuoto.
Hai presente i silenzi? Ci sono quelli pieni, come se fossi dentro una camera d’aria gonfia da scoppiare e il silenzio è denso e vischioso e non lascia spazio a nessun suono, tanto è compatto. Questo, invece, è un silenzio sfiatato. Il silenzio di una ruota sgonfia che non ha neppure più la forza di emettere fischi.
Insomma ce ne stiamo qui, in questo silenzio sforacchiato manco fosse un pezzo di groviera, io, lui e il lampione dalla luce gialla.
Si gratta il collo, ora. Ha un’aria così patetica e malata.
-Di che dobbiamo parlare?- dico, per fargli piacere.
-Di noi, di cosa, altrimenti?-
L’hai sentito il corsivo? No, dico, l’hai sentito? Altrimenti.
“Altrimenti” è una parola finta, una parola da immaginario filmico di bassa lega. Una parola che non diresti mai, se stessi parlando davvero.
Dobbiamo recitare? E recitiamo.
-Mi sembra chiaro che siamo ad  un bivio…- dico, con affettato sussiego.
-Devi assumerti la responsabilità delle tue scelte…- mi incalza nel ping pong piatto di un canovaccio mal steso e mal recitato.
E anche la luce verde del lampione vorrebbe qualcosa in più. La vedo: vibra di condanna e fastidio. Si sente frustrata a disegnare le ombre ad una storia così, senza lacrime e senza schiaffi, senza vattene, senza non te ne andare.
Nella memoria corta delle papille gustative trovo la forza per baciarlo ancora. Con più irruenza, per smorzare ogni mesto tentativo di replica.
Sento le sue mani salirmi sulla schiena e la lingua farsi prepotente e, giuro, devo respirare a fondo per non vomitare.
In una scena meno mal fatta proverei forse a digli -Scopami qui, scopami ora, contro il lampione- ma, per amore dell’arte, non lo posso fare.
Recitare ha un suo codice, e se con i sentimenti si può abbozzare, dalla deontologia della verosimiglianza non si può derogare.
Lo allontano di colpo, sperando in uno straniamento. Un’insistenza, un volto imprigionato, un braccio strattonato.
Lo guardo restare impassibile, un colpo ai capelli mal tagliati, una lisciata alla camicia mal cucita sotto la giacca mal sagomata.
Nel concentrato del suo nulla cerco lo slancio per una reazione.
Indietreggio sotto la luce verde, inciampando nel grigio sfatto del mio cardigan che fa tutt’uno con l’asfalto a chiazze di questa Roma smorzata dall’autunno.
Lenta com’è lenta una decisione rimandata troppo a lungo e, in fondo, mai presa.
E mentre mi allontano, pregando il lampione di stare fermo e di consegnarmi quanto prima ad un’ombra dignitosa, mentre guardo lui rimpicciolirsi nel suo niente di fatto, ridursi al nocciolo delle nostre, reciproche, nullità emozionali, mi chiedo quanto ci si può far male, senza farsi male davvero.
Quanto ci si può far male davvero senza, apparentemente, farsi male.
Ed è solo per rispetto a questa Roma grigia che gli consegno una verità, a mezza voce, l’unica che m’è rimasta
-Non ti ho mai amato così poco, come alla luce verde di questo lampione.
[Scritta un mese fa o giù di lì, da un idea abbozzata di un uomo qualunque.
Odio rileggermi. Odio rileggere ciò che scrivo di notte.
Però c’è qualcosa di vero qui.
Oltre il tono scioccamente artefatto, intendo.]
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