Collezionismi

C’è questa storia della tristezza osmotica, che passa per gli occhi come per le parole, che passa pure per il vibrino flebile di un cellulare.

Ed è la cosa che più mi stizzisce, che più mi lascia a pensare, che più mi ricorda tutti i lutti senza lacrime, gli addii senza rimpianti e gli abbracci senza calore.

Ogni volta mi chiedo come faccio a sentire così forte una tristezza ipotetica, lontana, per giunta non mia. Io che ho sempre dubitato di avercene, di sentimenti veri, di lacrime che bagnano oltre la maschera da laconico Pierrot.

E’ una cosa che stordisce, è come la commozione per un film, solo appena più vicina, da toccare con le mani, da respirarci sul collo.

E non so dove finisce il desiderio di dividere e condividere, e dove inizia la smania cieca di far razzia di sensazioni.

So che voglio sapere, capire fino a stare male, ubriacarmi di logica, morire di razionalità.

E, ad un passo dalla chiave di tutto, dalla risposta netta, cedere ad una bugia grossolana.

E perdermi ancòra.

Ancòra

e ancòra.

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