Multiproprietà

La gente ama andare in vacanza.

Mare, montagna… la gente ama cambiare, spostarsi, staccare la spina.

Ma una casa, si sa, è un impegno. Implica un pezzo di vita che ci si costruisce dentro, qualche set di bicchieri orribili che ci si accumula, un tappeto con le iniziali davanti alla porta, magari.

E allora è nata la multiproprietà. Quindici giorni a me, quindici a te, quindici a quell’altro.

Ma in quei quindici giorni la casa è mia mia.

L’ho comprata.

Posso portarci gli amici:  è proprio mia, non c’è storia.

Ma un concetto di proprietà che non lascia traccia io non lo capisco e, per quanto sia estranea ad ogni tipo di progettualità, non concepisco un appartenersi per quindici giorni l’anno. Un appartenersi che non accumula inutilità nei cassetti e che non si consolida in uno stratificarsi di cose e sensazioni, oggetti e consuetudini.

Alla programmaticità senza memoria della multiproprietà, preferisco l’albergo, la cara vecchia mignotta dei pernottamenti fuori porta, con le sue saponette monodose.

Però alla gente piace il possesso non possesso. Lo trova rassicurante, ma non impegnativo.

Comodo.

Versatile.

Conveniente.

Poi, si sa, dalla casa al cuore il passo è breve.

E si sprecano, davvero si sprecano, quelli che ti offrono, chiavi in mano, la loro multiproprietà sentimentale

-Quindici giorni ad Agosto, Ferragosto compreso? Guardi che è un’offertona, eh.

-No grazie, ho già dato. Quest’anno sto a casa.

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