Ricordi al vento

L’anno scorso ho comprato un ventilatore. Un grosso, rumoroso ventilatore metallico.

Vivo in una città alla quale l’estate non fa sconti e non ho nessun mare sufficientemente vicino e a buon mercato nel quale andarmi a consolare.

Allora ho comprato un ventilatore, di quelli con le pale che girano vorticose e l’ho puntato sul letto, il mio comodo duepiazze sul quale durante la sessione d’esami trascorro, purtroppo, gran parte del mio tempo.

Sono cresciuta in una casa grande, sconfinata silenziosa e isolata. Potevo avere mille spazi che fossero solo miei e non ne ho mai trovato nessuno. Forse per pigrizia, forse perchè la capacità di costruire qualcosa che sia tuo e solo tuo ti scatta ad un certo punto.

A Roma, nei 150 metri quadri scarsi di spazio che condivido con altre quattro persone, ho trovato il bisogno di avere un posto mio. E anche quello di chiudermi a chiave la notte, per preservare quell’ultima barriera mistica, flebile e superstite tra persone che condividono la quotidianità.

E’ per questo che l’angustia di questi spazi non mi pesa: c’ho messo una vita a trovare un posto mio e ora me lo godo, coltivandolo come un piccolo giardino zen.

Ma torniamo al ventilatore.

L’estate umida e impietosa di Roma  si annuncia nei pomeriggi lattiginosi e nei silenzi stanchi di quella che, dalle mie parti, si chiama “a cuntror’ “, la contr’ora, quel pacco di ore indefinite che stringe mezzogiorno alle 5.

Ho recuperato il ventilatore dall’armadio, l’ho rimontato e l’ho acceso.

Certi rumori arrivano dove al ricordo era stato negato l’accesso e si fondono con lo stridore della rete metallica del letto, coi silenzi,  col sudore, coi mugolii.

Allora ho preso il cellulare e senza pensarci troppo, ché certe indulgenze si devono consumare in fretta, ho scritto Amélie non c’hai mai visti fare l’amore, strizzando l’occhio ad una delle nuove locandine cinematografiche che affollano le mie pareti.

I letti dimenticano in fretta. Forse per necessità, forse per indolenza. Si adattano a corpi nuovi, assecondano ritmi diversi e si calibrano su tempistiche differenti.

Le pareti ci mettono di più, e anche i ventilatori, gli specchi, le sedie…

Io sono a metà strada tra la leggerezza inconsapevole del primo e l’amore difficile per il ricordo dei secondi.

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