Anche le maschere piangono

Sono venuta su tra pirandellismi prêt-à-porter, deprecabili sconfinamenti litfibiani, propensione da discount alla tristezza e alla filosofia, passioni malsane per Donnie Darko e amori incartapecoriti per teatranti della domenica, malinconici di professione e adepti del Dio Rarefatto cresciuti a pane, blues e nichilismo.

Che aderissi all’abusatissimo sotto-la-maschera-allegra-il-volto-triste-della-realtà era obbligatorio, a suo modo necessario.

Poi una mattina ti svegli, è Ottobre e Roma sa ancora farsi guardare.

La stracazzo di maschera si è momentaneamente appiccicata al cuscino, tra i resti di trucco mal tolto e la bava filamentosa dei risvegli a tasso alcoolico ragguardevole.

Ed è lei che ha la faccia tutta tesa, la bocca incurvata nella smorfia facile della tristezza, gli occhi gonfi delle cose successe male, le orecchie che trattengono le frase inutili quanto assolutamente già sentite.

Io, tanto per restare nell’alveo dei peccati adolescenziali, ho solo un pensiero superficiale che rende la pelle splendida.

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