A casa mia

Sono andata via da casa a 19 anni.

Con la scusa dell’università.

Non sono scappata, per niente.

Sono andata via da gran signora, con i soldi di papà in tasca e l’iscrizione ad un’università costosa.

A casa mia, mi sono state insegnate cose importantissime.

Come l’onestà, il valore dei soldi e del lavoro, la parsimonia, l’educazione.

Tutte cose che sono felice di aver assimilato. Tutte cose che, proprio per questo, mi sembrano naturali.

A casa mia, però, c’era la convinzione che la felicità fosse qualcosa di superfluo, di sfocato, di totalmente opzionale.

Una sensazione che si accentuava di anno in anno, con la scomparsa dei regali di Natale e dei sorrisi nei pranzi della Domenica.

A casa mia le cose vengono fatte per bene.

A casa mia i genitori fanno i genitori e i figli i figli, e i primi danno tutto quello che possono ai secondi, e si preoccupano se tornano tardi la sera e gli chiedono che c’è? se li vedono piangere.

Ma a casa mia, tutto questo viene fatto perché si deve fare.

E io non devo.

Io voglio.

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