Errico

Errico non c’ha affissi gli orari di apertura e di chiusura e si chiama proprio così, Errico co’ du’ ere.

Da dove vengo io, la doppia la regaliamo pure a chi non la vuole, rinneghiamo il doppio gioco consonantico e ci concentriamo anima e cuore su quella che ci viene meglio. Una scelta di comodo ma anche d’amore.

Quindi a me pare abbastanza normale che Errico si chiami Errico, come Malatesta: roba rivoluzionaria.

Errico di mestiere fa il calzolaio e la sua insegna è un biglietto da visita, di quelli che ne stampi a blocchi di venticinque alle macchinette delle stazioni.

Fa una pausa pranzo che certe volte è più lunga della giornata di lavoro e se vuoi proprio essere sicuro (sicuro sicuro) di trovarlo, meglio che dai un colpo di telefono, prima.

Ma io da Errico ci abito cinque minuti a piedi e questa Primavera mi prende a calci ogni volta che m’affaccio alla finestra e allora perché no, chissenefrega del telefono.

Se trovo chiuso pazienza.

Resto incollata alla vetrina opaca a contare le scarpe spaiate e a seguire col dito i fregi delle borse di un secolo fa.

Errico ha ottant’anni ben portati, o forse settantacinque portati male e t’insegna che per una scarpa stretta ci stanno solo due soluzioni: o allarghi la scarpa o rimpicciolisci il piede.

C’ha quella filosofia delle cose semplici che ti sembra d’intravederci le risposte alle domande complesse. Che poi è una sciocchezza, ma i palliativi della ragione pure servono a qualcosa.

Errico sta insegnando il mestiere a un ragazzo indiano, non si capiscono proprio sempre, ma il ragazzo indiano c’ha degli occhi profondi e silenziosi che, secondo me, per la voglia di raccontare di Errico sono un toccasana.

Errico c’ha spesso gli ospiti, un piccolo pubblico improbabile di vecchi del quartiere che si fermano a chiacchierare o ad aspettare un ritorno di passato.

Ce n’è una che io chiamo la grande soubrette Brigitte La Cagne coperta di cincillà e ha una pelliccia spelacchiata e una spilla di foglie dorate e quel tipico rossetto rosa perlaceo idealmente steso prima che le labbra ci si rattrappissero attorno.

Errico si scrive la comanda su pezzi di carta che ripone dentro la scarpa incriminata, fa male dietro, incollare perché traballa, mica codici elaborati o che so io.

È tutto così semplice che pure ti verrebbe da chiederglielo, qualche volta

Erri’, ma se io ti porto il cuore, tu gliela dai una rinfrescata?

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