Riflettevo

sull’inutile ambiguità dell’espressione “non ho voglia di niente”.

Con sgradevole automatismo indossavo il mio approccio dirimente.

Non ho voglia di niente. E di cosa, allora?

Non ho voglia di niente. Ma un non non è mai per caso.

Poi mi sono ricordata che il niente non è un desiderio: è una condizione.

E una condizione, in quanto data, confligge con le voglie e la loro necessaria anarchia.

Il niente non si vuole, al niente ci si rassegna. Ci si accuccia dentro per noia, per stanchezza, per inerzia.

Quel non, allora, mi è suonato di sommessissima protesta, di insulto a denti stretti, di indisciplina concettuale che non consola, ma beffa se stessi quel tanto che basta a non pensarci troppo.

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