La domenica è una malattia che non passa

e Roma invasa dal sole fa da perfetto involucro al malessere.

Ho l’abitudine al fastidio e la domenica ho la netta percezione di non essere altro che un groviglio di cose scomposte attorno ad un pugno di male.

Le parole, unico formato in cui riesco a concepire la bellezza, mi si affollano in gola isolando il corpo dal pensiero, creando quella strozzatura infame, necessaria, drammatica, tra una quotidianità superficiale e accettabile, persino felice, e il baratro del resto.

Una volta ho visto i palloni diversi e numerosi bloccati in una diga del Tevere, tormentati dall’acqua sporca senza possibilità di riscatto.

Così.

Sono così abituata alle bugie che non faccio che cercarne.

In questo spasmodico sforzo di isolare una briciola di vero, setaccio il resto con ottusa meticolosità, accendendomi di entusiasmo nero solo alla vista di grossi grani di ecco, lo sapevo.

So che mille ipotesi verificate non valgono una falsa.

Mi preparo al peggio.

Alla nettezza che lui solo sa dare.

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