Vuoi mettere, il rumore del treno

Quella tra il mercoledì e il giovedì è la notte più silenziosa, a Salamanca.

Come se il divertimento e l’ubriachezza si prendessero una pausa di respiro prima dell’accelerazione del giovedì che deflagra nella sciatta confusione del venerdì e del sabato.

Non mi piace questa città.

Tutti ne decantano l’ordine, la misura umana, il divertimento: io vedo una semplicità esasperante che mi affama d’aria, di spazio, di diversificazione.

Rispondo al terzo squillo perché ci sto pensando.

Non sono di quelle che fanno aspettare senza motivo.

Mi chiedo cosa vorrai, non con fastidio: con curiosità accesa, quanto ti tratterrai, se per caso la chiamata è partita inavvertitamente.

Succede, e la crudeltà delle chiamate internazionali, che ti presentano il conto anche se ricevi soltanto, acuisce la coscienza.

Se ti piace sentirti riconosciuta una specificità, beh, tieniti forte: la tua voce non ha mai perso di familiarità.

Conto gli anni sulle punte delle dita e non so se stupirmi di più del dover iniziare una seconda mano o di non provare alcun imbarazzo. Te lo dico con una naturalezza che verso gli altri è una conquista e con te una conferma.

Ti ricordi cose che avevo dimenticato di averti detto: ne fai sfoggio con una progettualità comica dalla quale non mi sento offesa. I capelli risciacquati con l’acqua fredda ché così sono più lucidi, l’amore per la sabbia anche quella che si attacca, il mio primo orsacchiotto, con gli occhi ricamati, scelto per questo, perché mia madre ci teneva non fossero di plastica.

Di te non ho collezionato tanto, erano anni rapaci e mi prendevo tutto, più che conservare. La mania del ricordo è venuta dopo.

Però mi piace questo esserci presi senza pensarci, si addiceva incredibilmente ai tempi, alle cose che stavano per cambiare ma erano ancora ferme, al mare che era sempre a portata di mano, all’inesperienza che lasciava il posto ad una conoscenza tecnica e precisa mentre i sentimenti se ne stavano buoni.

L’immobilità di quel periodo, che di lì a pochi mesi avrei lavato via come la peggiore delle colpe, risuona tutta nel racconto della tua serata. Il ti lascio, domani devo lavorare è una promessa che non mi convince.

E infatti.

Stai con qualcuno? (Me lo chiedi sempre)

Sì.

Ma sempre quella cosa strana là?

No.

Questo non ti nasconde? (Vorrei chiederti se l’ho usato io quello specifico verbo, ma temo che ogni risposta possibile mi farebbe male.)

Non mi ostenta e non mi nasconde.

Buono, no?

Qui lavano le strade con una frequenza esasperata.

Se guardi con disattenzione, l’immagine che avrai è quella di una città sempre pulita, di una civiltà impeccabile, di un’attenzione spontanea e condivisa alla tutela del bene comune.

Ma ci sono orari strategici, che io conosco e pratico come ad intaccare questa integrezza di facciata, in cui la città si riempie di rifiuti abbandonati, di cartacce, di bicchieri, di resti di take away e di escrementi di animali.

Allora mi ricordo di Barcellona, che alle cinque di mattina vomitava in strada i lieviti invenduti durante la giornata.

La mia città bulimica.

Buono, sì.

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