Maltarati

Le telefonate tutte simili che riducono la complessità della giornata a non più di tre domande inutili.

Quel cos’hai mangiato? del quale mi libero in un conato di noia. Così grottescamente inutile che me ne vergogno, ogni volta.

I racconti sì, quelli mi piacciono. Il quotidiano trasposto, non avvincente magari, ma più tangibile, simile al vero.

Il fastidio per la sovrapposizione, per il silenzio che sopporta ma non avvolge le parole. Il silenzio distratto che esplode in parole su parole, l’istantaneo combattere di qualche sillaba.

È solo rumore: le mie le lascio morire mute di condivisione. Mi risparmio ogni battaglia sonora.

L’abbraccio dell’ascolto che per me non è un impegno, ma una naturale forma d’amore. L’attribuzione di senso, l’interazione o anche, solo, il silenzio caldo e pieno di attenzione.

La rabbia che non riesco mai a spiegare, i nodi in gola e gli ho capito che incasso con crescente delusione.

Qualche brivido bello, qualche volta.

Il senso di pienezza che un respiro sul collo ti dà senza volere e che qui costruiamo con le parole. Ci proviamo.

I dubbi, i timori, i pezzi mancanti: quella facilità che negli altri mi sembra elementare e per me non lo è mai.

La sincerità un tanto al chilo, il cuore puntato, affilato. Inutile.

Le attenzioni che sento. Sento loro e sento il lavoro, l’impegno, la dedizione talvolta seccata che le sostanzia. E vorrei dirti non fa niente, lascia stare.

Le parole abbondanti e ridondanti, svilite dalla loro quantità.

Io sento con le mani e vedo con gli occhi, misuro con la voglia, mi allerto con la noia.

È il mio amore empirico. E così, a parole, non sa funzionare.

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