Quello che resta quando la luce se ne va

Se c’è una cosa che mi dà precisa soddisfazione nel mio modo di essere, è quell’automatismo che pulisce i ricordi dal rancore dopo una certa data.

Ci sono solo un paio di episodi della mia vita per i quali darei ancora a botte: il resto è stato bonificato dal tempo che passa.

Si tratta di una meccanica involontaria che non ha niente a che vedere con la pacificazione e col perdono, né con l’oblio:

i fatti sono lì e i sentimenti pure, ma tutto rimane quieto, silenzioso, inibito.

Io, quei ricordi, me l’immagino sempre come la serie sfortunata di certe lucine di Natale nella quale, ad un tratto, non passa più corrente: le lampadine ci sono tutte, minuscole allineate perfette.

Ma spente.

Quello che resta quando la luce se ne va sono gli abbracci misurati, la fiducia smangiucchiata, la prudenza indesiderata: quegli apprendimenti automatici che resistono più della rabbia, del dolore, più del fastidio sottile ché quello pure ci mette tanto, ma alla fine se ne va.

Un giorno a settimana io vorrei essere una lampadina nuova.

Un giorno a settimana io non vorrei essere la somma sospettosa di quello che mi è successo fino ad ora.

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