Com’è cattiva

la o dei noi che incorniciano te e non me.
Un cerchio che mi taglia fuori, un oblò che mi fa spiare.

Un tondo tra gli spigoli dei miei pronomi sempre troppo singolari.

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Quello che resta quando la luce se ne va

Se c’è una cosa che mi dà precisa soddisfazione nel mio modo di essere, è quell’automatismo che pulisce i ricordi dal rancore dopo una certa data.

Ci sono solo un paio di episodi della mia vita per i quali darei ancora a botte: il resto è stato bonificato dal tempo che passa.

Si tratta di una meccanica involontaria che non ha niente a che vedere con la pacificazione e col perdono, né con l’oblio:

i fatti sono lì e i sentimenti pure, ma tutto rimane quieto, silenzioso, inibito.

Io, quei ricordi, me l’immagino sempre come la serie sfortunata di certe lucine di Natale nella quale, ad un tratto, non passa più corrente: le lampadine ci sono tutte, minuscole allineate perfette.

Ma spente.

Quello che resta quando la luce se ne va sono gli abbracci misurati, la fiducia smangiucchiata, la prudenza indesiderata: quegli apprendimenti automatici che resistono più della rabbia, del dolore, più del fastidio sottile ché quello pure ci mette tanto, ma alla fine se ne va.

Un giorno a settimana io vorrei essere una lampadina nuova.

Un giorno a settimana io non vorrei essere la somma sospettosa di quello che mi è successo fino ad ora.

Occhi facili

Io quando guardo gli altri ho solo pensieri elementari.

Non ne spio gli occhi chiedendomi chissà.

L’intimità è una cosa così densa e faticosa che non voglio ipotizzarla per nessuno, non per gioco, non per mero esercizio d’immaginazione.

Nelle persone che non sono te, ora, io vedo mani e spalle e giacche che ci cadono perfette.

E qualche volta mi chiedo come sarebbe averci quelle mani addosso o sorrido forte ai ricordi di passati inutili e recentissimi, ma il cuore resta salvo.

Io negli occhi degli altri non m’immagino niente.

Niente che non possa passare dalle mani ed essere grossolano e sbrigativo.

Perché gli occhi degli altri sono degli altri soltanto e sono a me comuni, ipotetici, anonimamente facili, ma nei tuoi c’è pure la fatica mia e tua.

Di conoscersi e di scommettere, di lasciarsi andare e di dominarsi.

D’imparare il rispetto e contenere la tirannia: calmarla con le mani e coi respiri.

Io il destino lo cerco negli occhi in cui l’ho messo.

Dove so ragionevolmente di poterlo trovare.