La primavera che finì il mondo

A inizio marzo mi sono laureata e meno di dieci giorni dopo ho preso un treno per Milano.

Non di quei treni soliti, quelli del venerdì che tornano la domenica. Un treno di martedì, un treno per restare.

Avevo due valigie – una grande e una meno – che hai portato pazientemente a casa tua. Le ho seguite poco dopo.

È molto strano stare assieme senza una data di partenza e non fa sentire bene. Fa sprecare il tempo, pensare che c’è sempre domani, annoiarsi, rimandare.

Sono, siamo, tornati a Roma a chiudere sette anni in quindici scatole e tre valigie e ho pianto sui miei spazi, sul mio letto, sulla mia vita così imperfetta e così adeguata a me.

C’è qualcosa che mi riguarda che è bloccato lì, nelle ante di mezzo del mio armadio quattro-stagioni, quelle che non sono riuscita ad aprile e ho lasciato così con chissà cosa dentro.

C’è qualcosa che sento costantemente di non aver portato la cui mancanza è un silente, sottilissimo disagio.

Poi è morto FriendFeed. E non fa ridere e non è stupido.

E quel litigio infinito prima di salutarci, di sabato, non era che uno stringimi, ché mi mancano le mie cose.

Sii cosa mia, almeno tu.

Questa primavera il mondo sta finendo e non lo sa, e io soffro di ogni cosa che cambia e che non mi trova.

Quella che meticolosamente sono stata, le cose che ho avuto, la mia casa, la palina dell’n6: tutto si merita un meraviglioso funerale, un addio solenne che per rimandare, costantemente mi si stringe in gola.

Vorrei che a forza di abbracci mi togliessi la buccia.

Perché alla fine del mondo almeno ci vorrei arrivare liscia.

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Ho visto Her e ci sono rimasta sotto

Non temo gli spoiler e non sono una fanatica dell’alta fedeltà, così questo film – come tanti altri film –  l’ho visto male.

In un pomeriggio bloccato sul fondo da un treno che non si può ma si vorrebbe perdere, con dieci giorni d’interruzione tra i primi quaranta minuti e il resto, dieci giorni nei quali mi sono rimpinzata di recensioni discordanti, entusiasmi da status su Facebook, trame di Wikipedia in più di due lingue, spotifàici loop della colonna sonora.

Dei primi quaranta minuti di visione ne ho pianti venti. I dialoghi e i lunghi intensi piani venivano giù morbidi e precisissimi e i colori sgualciti e le luci nebulose (e anche i pungenti pantaloni a vita alta, che se t’impegnavi potevi sentirli sfregare in scintille i peli delle cosce) e la voce di Lei e l’impacciata malinconia di lui, anche.

Di film ne capisco quasi niente, con le emozioni me la cavo.

La seconda visione ha avuto un tempo e un luogo suoi propri e un aperitivo di scaglie di pecorino, amore e vino buono a precederla. E ho scoperto che senza l’ansia dell’inizio io – la signora delle Prime Volte – i film me li godo di più.

Rivedere i primi quaranta minuti di Her è stato rassicurantemente bello: ho aspettato, compita, di piangere ai ricordi della conclusa vita matrimoniale (letti riposizionati, mani al collo e I love you so much I’m gonna fucking kill you) e ho sorriso complice ai timori di Theodore sul grado delle emozioni future e sulla paura di aver provato già tutto quello che di più forte c’è da provare e di doversi rassegnare ad un destino di sensazioni sfumate, figlie minori di quelle ormai trascorse. E ho capito il compiacimento di Samantha nel sentire di avere delle emozioni: la gelosia, l’interesse, la preoccupazione per qualcuno. Perché non bisogna essere necessariamente un sistema operativo per compiacersi e stupirsi nello scoprire di avere un cuore e di saperlo far funzionare, no. Basta essere un po’ schivi, basta aver elucubrato un po’ troppo, basta convincersi di essere meno umani dell’indefinitissimo prossimo tuo.

Poi ho applaudito fortissimo al collega Paul, che ha la fidanzata avvocato e che non trova nulla di strano nel fatto che la fidanzata di Theodore sia un OS, perché l’amore che hai per qualcuno e l’importanza che accordi a qualcosa ne definisce molto meglio la natura di quanto qualsiasi altra caratteristica possa fare (Is it not a real relationship? chiederà Amy a Theodore, suggerendogli la ricerca di una risposta che sia la sua e la sua soltanto). E anche qui non c’è bisogno di frequentare un’intelligenza artificiale per sapere che il valore che attribuiamo alla persona che amiamo va definito e difeso, con sé e tra gli altri. Ma non ho per questo trovato meno condivisibili le accuse di Catherine: amare qualcosa che non esiste nell’accezione classica dell’esistenza pone evidentemente meno problemi – o problemi in parte diversi – rispetto all’amore fatto di letti spostati, di case messe su assieme e di quotidianità non sempre brillanti.

Her mi ha lasciata commossa, sorridente, serena.

Certo, avrei voluto che alla domanda “e di questi ottomila e passa quanti ne ami?” Samantha avesse risposto “solo uno, solo te” (chi non lo vorrebbe?) ma l’alba su Theodore e su Amy – umani, discreti, possibili alla ricerca di un appagamento umano e discreto che si fa forte di quella specificità e quella biunivocità d’intenti nella quale gli esseri umani (e discreti) sublimano i loro limiti e gli OS, evidentemente, no – ha chiuso con onestà il cerchio delle emozioni.

Facendomi considerare che sì,

magari ce la facciamo anche noi.

 

Oggi, ora

C’è stato un momento in cui sono stata molto male, ed è durato anni e mi sento che è finito oggi.

C’è stato un momento in cui sono stata molto male e non sono totalmente sicura che sia finito. Mi sento la forza nuova lungo le gambe, quella linfa urticante dei cambiamenti, ma – come dopo un lunghissimo raffreddore – ho paura a scommetterci. A crederci più di poco.

I momenti in cui si sta molto male, se sono lunghi, consentono forme abbastanza ampie di esistenza. Nel frattempo.

Nel dolore paralizzante ci si può rivoltare per una settimana al massimo. Tutte le manifestazioni del malessere che valicano questo limite temporale devono trovarsi modi più ingegnosi per esistere e manifestarsi.

Durante i miei… quattro? anni di molto male sono uscita moltissime sere, mi sono innamorata e disamorata, mi sono laureata, ho preso una decina di aerei e molti più treni, sono stata in vacanza, ho parlato correntemente una lingua nuova, ho visto un buon numero di medici e conosciuto un centinaio di persone dimenticabili, ho letto più di trenta libri, ho visto molti meno film, ho comprato vestiti e iniziato a mangiare sushi, ho litigato, fatto pace, fatto l’amore, fatto chiacchiere, fatto sciocchezze. Sono stata disperata ma anche felice, profondamente felice. Eppure in questa continua quotidianità io ricordo il peso di quel male di fondo, il fiato corto, il sudore freddo.

Sono due settimane che dormo meglio e mi sveglio meglio, che ho sorrisi più leggeri e piango molto meno. Due settimane che non mi lascio esasperare dalle telefonate di mia madre e che tento, con esiti alterni, di intrappolare in bolle di praticità i pensieri che mi riducono all’angoscia.

Due settimane che non è tutto perfetto, ma io – forse – sono più serena.

Pratica della felicità per poco pratici

Prima sorridevo a un catino di intimo da risciacquare profumato di borotalco.

Mi sono proprio vista allo specchio che sorridevo e, dato che stavo sorridendo senza pensarci, l’effetto è stato quello colpevole-imbarazzato di quando le persone che sorridono sui mezzi pubblici (che sorridono ai libri, ai cellulari o ai pensieri) si accorgono che le sto guardando e dall’estensione e dalla consistenza del sorriso mi sto immaginando l’oggetto (che quasi sempre è un soggetto) a cui sorridono.

Solo che con le persone sui mezzi pubblici finisce lì e invece, tra me e me, il gioco è andato oltre perché ho finito per sorridere all’essermi scoperta sorridente su un catino al borotalco.

Non credo di essermi risparmiata troppo, fino ad ora. Ho fatto funzionare organi e muscoli e ho deformato le sensazioni per capirle peggio e sentirle di più. Ho fatto cose sciocche e cose stupide, evitabili, divertenti, maldestre, scomposte, cattive, appassionate.

Di cose appassionate ne ho fatte abbastanza, perché la passione, tra le mie percezioni, è arrivata relativamente tardi ma si è imposta con violenza tirandosi appresso lo sciame delle sensazioni nette e delle voglie. Ed è diventata scopo e metodo di una ricerca incessante.

La passione mi ha guidato lungo lo scheletro a puntini dei disegni da completare, puntini furiosi e calcati, netti, violenti. E soli.

Tracce senza schema.

Io non lo so se si può veramente capire qualcosa, di sé e del proprio stato, da un sorriso al borotalco spiato allo specchio.

Quello che mi sembra di vedere, certe volte, è un tracciato di litigi e di nei, di episodi che fanno una storia e di causalità che si compone e si articola tra i punti discreti della passione.

Ed è un disegno bello, uno di quelli che vale la pena di arricchire di dettagli e di colorare e di continuare e di pensarci dei fumetti e una storia e un tempo che sia sempre quello presente ma con uno sguardo un po’ più in là.

Prima sorridevo a un catino di intimo da risciacquare profumato di borotalco e poi ho capito che ero un po’ felice.

Che sono un po’ felice, di quella felicità delle linee, non (sempre, solo) dei punti.